| Zoomafia: così le cosche calabresi sfruttano gli animali |
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| Mercoledì 21 Gennaio 2009 00:18 | |||
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Cos’è la zoomafia? “Settore della mafia che gestisce attività illegali legate al traffico o allo sfruttamento degli animali”, questo dice il vocabolario. Attenzione però: ogni attività delle cosche, oltre a costituire guadagno economico, assicura, parimenti, un controllo sul territorio, necessario e, per questo, sempre estremamente asfissiante.
I soldi arrivano, in particolare, dalle scommesse clandestine: secondo l’Eurispes, il mercato illegale delle scommesse illecite raccoglie circa 6.500 milioni di euro contro i 2.200 provenienti dalle scommesse legali. Si tratta di un business estremamente articolato: combattimenti illegali tra cani, corse di cavalli dopati, truffe ai danni dell’Erario, dell’UE e dello Stato, traffico illegale di medicinali, furto di animali da allevamento, falsificazione di documenti sanitari, fino al gravissimo reato di diffusione di malattie infettive, attraverso la commercializzazione di carni e derivati, provenienti da animali malati. Così si fanno fanno soldi. Tanti soldi. Secondo Ciro Troiano, che ha stilato il recente rapporto “Zoomafia 2008” della LAV, “l’introito complessivo della zoomafia si aggirerebbe intorno ai tre miliardi di euro”. Tra i reati, il più crudo e violento è, sicuramente, quello che riguarda i combattimenti tra cani. Si tratta di un business da 300 milioni di euro annui, attenzionato dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria già dal 2004. I cani vengono maltrattati e “addestrati” alla cultura dell’odio, in modo tale da poter essere spietati nel corso dei combattimenti. Proprio da un’inchiesta calabrese, curata dalla DDA di Reggio Calabria, è nata la prima operazione di polizia che ha portato all’arresto, in Italia nel 2004, di 13 persone con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata all’organizzazione di combattimenti tra cani. E si scommette. Soldi, tanti soldi.
A Reggio Calabria i signori incontrastati di questa attività sono tutti elementi riconducibili al clan Labate, operante nella zona sud della città. E’, in particolare, l’operazione della Polizia di Stato, del 24 luglio del 2007, denominata “Gebbione” (la sentenza di primo grado, per coloro che hanno scelto il rito abbreviato, è arrivata alcuni giorni fa) a svelare le attività del sodalizio criminale reggino, che allevava i propri cavalli, anche tramite la somministrazione di farmaci, e organizzava corse clandestine, che si svolgevano nella zone del Gebbione, Saracinello, Pellaro e San Leo, scommettendo sull’esito di tali competizioni. E alcuni individui sono proprio accusati di violenze nei confronti degli equini, “poiché – si legge nell’ordinanza - sottoponevano numerosi cavalli di cui avevano la disponibilità o la proprietà a maltrattamenti, addestrandoli e facendoli correre in condizioni non adeguate alle loro caratteristiche ecologiche, nonché somministrando agli stessi farmaci con modalità dannose per la loro salute, con l’intento di migliorarne le prestazioni agonistiche. In particolare, i cavalli “venivano maltrattati – si legge ancora nell’ordinanza del Gip Natina Pratticò - mediante la somministrazione agli animali di sostanze “dopanti”, quali sostanze antipiretiche, analgesiche e anti-infiammatorie: Finadyne e Tilcotil; sostanze che agiscono sul sistema respiratorio: Bentelan e Nasonex; sostanze che agiscono sul sistema emolinfatico e sulla circolazione sanguigna: eritropoietina; Eprex; Sodio Bicarbonato. Tutto a opera di soggetti non qualificati e spesso senza il diretto controllo del veterinario e comunque non in funzione del benessere dell’animale, ma in funzione del miglioramento delle sue prestazioni agonistiche”. Inoltre i cavalli venivano ulteriormente maltrattati perché venivano fatti “correre su superfici rigide (strade pubbliche asfaltate) non adeguate alle loro caratteristiche ecologiche, con conseguenze dannose per la loro struttura muscolo-scheletrici”; essi, inoltre venivano sottoposti “a prelievi di sangue dopo gli allenamenti, per migliorarne le prestazioni agonistiche”. L’impianto accusatorio (confermato, peraltro, nella sentenza di alcuni giorni fa) sostiene, inoltre, che i proventi di tali attività venissero impiegati “in modo da acquisire società, beni immobili ed attività commerciali, poi gestite in modo occulto per mezzo di prestanome”. Si tratta di un’attività che coinvolgeva entrambe le città dello Stretto, Reggio e Messina, dato che la cosca si avvaleva delle consulenze, in relazione a farmaci da somministrare agli animali per migliorarne le prestazione, di un docente, con studio ambulatoriale a Reggio, della Facoltà di Veterinaria, presso l’Università degli Studi di Messina. Vincite che si aggiravano intorno a 200mila euro. Una storia andata avanti fino all’ottobre del 2006.
Ci si deve spostare a Melito Porto Salvo, in provincia di Reggio Calabria, nel regno degli Iamonte, che, da semplici macellai, senza abbandonare il proprio settore d’appartenenza, hanno messo su un impero. E’, in particolare, l’operazione del 4 febbraio 2007, condotta dalla Polizia su input dei pm Cutroneo e De Bernardo, denominata “Ramo spezzato”, a svelare i traffici illeciti di alcuni individui, con riferimento alla commercializzazione di carni di illecita provenienza e non a norma dal punto di vista sanitario. Nell’ordinanza di custodia cautelare, firmata dal Gip, Santo Melidona, tale attività di commercializzazione viene definita un “inquietante traffico di animali destinati alla macellazione e di carni destinate al consumo umano al di fuori di un’ogni controllo, previa formazione di documentazioni sanitarie false, in alcuni casi di animali affetti da gravi malattie, con potenzialità di gravissimo ed incontrollato pregiudizio per la salute dei consumatori”. L’inchiesta, durata quasi due anni, ha portato all’arresto, tra gli altri, anche di Carmelo Iamonte, di 42 anni, figlio del boss Natale Iamonte, e a sua volta considerato dagli investigatori il capo della cosca, e di un dirigente medico dell’Azienda sanitaria di Melito Porto Salvo. Nel corso dell’operazione, la polizia ha poi effettuato il sequestro preventivo di aziende facenti capo a presunti esponenti della criminalità organizzata ed operanti nel settore dell’allevamento, della lavorazione, della vendita all’ingrosso e dettaglio di animali e carni macellate. Purtuttavia, i due capi carismatici, Antonino e Carmelo Iamonte, non si vedono contestati tali reati. I personaggi indagati, il commerciante Sergio Borruto in particolare, avrebbero agito per contro proprio, rivendendo le carni guaste alle macellerie riconducibili alla cosca, senza che questa ne fosse al corrente.
Ma questa è un’altra storia. Anche in questo caso, comunque, l’affare frutta un mucchio di quattrini. Ecco, così come si può leggere nell’ordinanza “Ramo Spezzato”, il meccanismo, oleato e infallibile messo in atto da alcuni commercianti: “gli animali sono malati e vengono trasportati insieme ad un esemplare deceduto; il bestiame non è stato sottoposto ad alcun controllo ed infatti non è accompagnato dalla documentazione attestante l’avvenuta sottoposizione ai prescritti controlli sanitari (cedolino o “passaporto”), che pure gli indagati cercano, fino all’ultimo momento, di reperire, senza riuscirvi. E’ chiaro che gli indagati sono ben consapevoli delle condizioni in cui si trovano gli animali e, quindi, della pericolosità delle loro carni”. Un settore, quello della macellazione, nel quale la cosca Iamonte da sempre regna sovrana: “E’ emerso, dalle sin qui esplorate attività criminose, - si legge ancora nell’ordinanza - come uno dei settori di interesse più significativo della organizzazione indagata sia costituto dal commercio delle carni, realizzato anche mediante l’acquisizione con sistemi estorsivi di macellerie e la fraudolenta intestazione a terzi della formale titolarità delle medesime (per l’evidente finalità di eludere le disposizioni in materia di misure di prevenzione patrimoniale)". E' SOLO BUSINESS Insomma, sfruttare gli animali in maniera illecita, in Calabria (ma anche nel resto d’Italia), è un affare da migliaia di euro. Con il tempo, peraltro, la tendenza sta acquistando maggiore spazio e, nel giro di alcuni anni tale crimine potrebbe diventare una “regola” come il commercio di sigarette di contrabbando in passato e quello della droga adesso. Sfruttando gli animali si fanno soldi. Poco importa che, oltre a commettere un crimine nei confronti dello Stato e della collettività lo si commetta anche contro la natura. E’ solo business.
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