Perchè non possiamo non dirci mafiosi PDF Stampa E-mail
Giovedì 08 Gennaio 2009 11:34
malavenda3.jpgIn una fase storica delicatissima per Sicilia e Calabria affidiamo l'analisi di fondo di chi siamo, meglio di cosa siamo, alla parole di Alfio Caruso, uno dei massimi esperti di storia della Sicilia e della mafia oltre che, in genere, di storia del 900.
Quanto segue sono dei piccoli stralci da un volume che tutti noi dovremmo imparare a memoria, almeno nei suoi concetti-base. Si tratta di "Perchè non possiamo non dirci mafiosi". edito da Longanesi nel 2002, ma sempre attualissimo.

I concetti che troverete sono facilmente mutuabili dalla Sicilia a Reggio Calabria, se non all'intera Calabria

“Abbiamo la rara capacità di metterci al centro del mondo, di ritenere che il pianeta giri intorno a noi. Ci viene naturale, non ci costa sforzo. E' la conseguenza della singolare forma di razzismo sviluppata nei secoli”


“Noi siamo sempre stati i vinti. Vinti da tutti e conquistati da nessuno: non tanto per orgoglio quanto per l'incapacità di sentirci parte di un insieme. Se è vero che ciascuno è la risultante dei libri che ha letto, noi dobbiamo essere la risultante dei libri che non abbiamo letto”


“Ci piacciono i difetti altrui perchè ci confortano nella certezza che nessuno sia migliore di noi. Tuttavia inseguiamo il consenso di chi viene da fuori come i girasoli inseguono la luce. La nostra leggendaria ed asfissiante ospitalità esprime il bisogno ossessivo di sentirci apprezzati, di sapere che siamo considerati unici, come unici riteniamo che siano il nostro sole, il nostro mare, il nostro clima, il nostro cibo, la nostra intelligenza, la nostra astuzia. Sommergiamo l'ospite, qualsiasi ospite, di doni e di carinerie non per esserne ricambiati, ma affinchè agli ci creda sulla parola quando gli racconteremo la nostra verità”


“Siamo sempre stati un mondo a parte. Isolati e soli. Da sempre marginali anche se ci atteggiamo a protagonisti. All'interno di questa società chiusa, le mire e le prepotenze di una minoranza hanno avuto il sopravvento sui sogni, sulle aspirazioni, sui desideri della maggioranza. Dai normanni in poi la classe dominante ha dato il massimo appoggio ad ogni conquistatore. Per un intreccio d'ignoranza, di cecità, di arretratezza civile, solitamente spacciato per superiore qualità umana, gli sfruttati non hanno mai ambito ad eliminare gli sfruttatori, bensì a farne parte. Tutti attratti dall'esercizio della supremazia, che spesso si trasforma nell'esercizio della soverchieria.

E' incominciata, così, una gara al peggio mai conclusasi.

A parte le normali eccezioni, non è stata inseguita una maggiore giustizia o minore ingiustizia. I servi della gleba hanno aspirato a diventare massari, i massari proprietari. La voglia indistinta e generalizzata è stata ed è la roba. Un'accumulazione selvaggia. Il gusto di possedere, non di fare.

La mafia racchiude e sublima la zavorra che abbiamo accumulato in trenta secoli di megalomania, di vittimismo, di magniloquenza, di presunzione, di alterigia, di eccesso di intelligenza. Gli “amici” ed i “bravi ragazzi” non hanno inventato il peggio della Sicilia, ne sono semplicemente l'espressione più compiuta”


“La nostra specialità è mescolare le carte, di mettere assieme lo sbirro ed il compare, il vino e la birra, il mare e la montagna. Lo facciamo con la stessa nonchalance del grande baro quando vuole persuadere gli altri giocatori che è stato il buon Dio a mettere l'asso nel suo polsino. Abbiamo un debole per il paradosso nella convinzione che sia il mezzo più spiccio per strappare l'applauso. Siamo talmente persuasi delle nostre sovrastanti qualità da esser ceri di poter sempre abbindolare il prossimo”


"Nel minestrone di ogni giorno si perdono di vista le differenze. Ci hanno insegnato che il confine tra il bene ed il male è sottile ovunque. In Sicilia è inesistente nove volte su dieci. E' una confusione conveniente: favorisce l'autoassoluzione”


“Il pizzo altro non è che una forma di sottomissione derivata dal comportamento della Chiesa, è mutuato dall'Inquisizione. E' il funzionario di quest'ultima che, scortato dagli agenti, si fa pagare una multa dallo sventurato, cui viene imputato un peccato veniale. In seguito, per estorcere denaro, beni, moglie, figlie, la mafia non userà neppure lo schermo di una colpa da cancellare: basta ed avanza il suo potere d'intimidazione. Il pizzo e l'usura sono l'ultimo esempio di un'uniformità verso il degrado. Ciò che sorprende è la rassegnazione di chi subisce. La paura è più forte della concreta volontà di Polizia e Carabinieri di stroncare il fenomeno. L'impraticabile giustizia italiana, prodiga di comprensione e di scappatoie per i mascalzoni, diventa l'alibi per qualsiasi vigliaccheria. Così noi che amiamo dipingerci come anarchici, individualisti, spavaldi ci riveliamo un popolo perennemente in ginocchio”

 
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