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Lipari (Me): cani randagi sbranano mucche e terrorizzano abitanti
Decine di cani randagi hanno messo in crisi l'allevamento di Nicola Milazzo, nativo di Palermo e residente a Lipari. In localita' Palmeto cinque mucche sono state rincorse dai randagi nell'apprensione generale. Una e' stata letteralmente sbranata, un...Leggi tutto
| Quella vecchia, tragica e squallida faida che stava per costare la vita al piccolo Antonino Laganà |
| Mercoledì 03 Dicembre 2008 09:21 | |||
![]() di Antonino Monteleone - Foto di Franco Cufari - Una faida che si è protratta per quattro anni. Rancori mai sopiti sfociati in una escalation di "agguati" che miravano a fare giustizia sommaria di una vicenda già regolata dalla giustizia ordinaria. Una "guerra tra poveri" che ha mietuto già due vittime. Il piccolo Antonino ha rischiato di essere la terza. Tutto comincia nel 2004. Era il tre aprile e da una lite si scatena una scena da far west. Un duplice omicidio ed un tentato omicidio. Francesco Borrello si difese sparando con l'arma detenuta da uno dei suoi aggressori. Persero la vita Santo Carmelo Zampaglione e Giulio Verderame, mentre Paolo Foti rimase ferito. Episodi per i quali Borrello scontò una condanna a tre anni di reclusione a fronte dei 16 chiesti dall'accusa. I Giudici d'Appello accertarono che Francesco Borrello era responsabile solamente di eccesso colposo di legittima difesa. Ma il processo, per accertare le responsabilità della morte di due soggetti imparentati con la famiglia Foti, di Saline Joniche, non concluse la vicenda. Francesco Borrello doveva pagare. Ed i Foti orchestrarono diversi tentativi di "accoppare" Borrello. Tutti falliti. Compreso il terzo. Quello del 6 giugno scorso nel quale rimase gravemente ferito il piccolo Antonino Laganà, 4 anni, che ebbe l'unica colpa di trovarsi - assieme a decine di altri bimbi - nel cortile dell'oratorio della Chiesa della Madonna del Porto Salvo per una recita di fine anno organizzata dal circolo didattico di Melito Porto Salvo.Antonino, dopo le prime cure ricevute agli Ospedali Riuniti di Reggio Calabria fu ricoverato al "Bambin Gesù" di Roma. Il proiettile, entrato dalla nuca, rimase conficcato nel cranio finché grazie ad delicatissimo intervento è stato rimoss. Dopo una lunga degenza, conclusasi lo scorso 9 novembre, il rientro a casa, tra la gioia dei suoi concittadini. Gli uomini dell'Arma avevano promesso di dare un volto ai responsabili di quel tragico episodio ed hanno mantenuto la parola. Manca all'appello l'esecutore materiale sul quale, ormai, il cerchio degli inquirenti si fa sempre più stretto. Nel corso della conferenza stampa svoltati presso la sede del Comando Provinciale dei Carabinieri di Reggio Calabria il Procuratore Capo Giuseppe Pignatone, assieme al Comandante Provinciale Leonardo Alestra, ed al Comandante della Compagnia di Melito Porto Salvo, Onofrio Panebianco, ha illustrato i dettagli dell'operazione conclusiva di una lunga e complessa attività di indagine condotta con mezzi c.d. "trazidionali". Pignatone ha evidenziato come l'attentato a Borrello, da cui è scaturito il ferimento del piccolo Antonino Laganà che "ha commosso tutta l'Italia", seppure non venga inquadrato nel contesto della criminalità organizzata, appare un "delitto per certi versi ancora più feroce" maturato nel contesto di un forte "desiderio di vendetta" da parte di alcuni membri della famiglia Foti per la morte di alcuni congiunti. Una faida che - come ha spiegato anche Leonardo Alestra - non riguarda la 'ndrangheta perché siamo di fronte "ad una mentalità di tipo sub-mafioso". "Nutrire in maniera così astiosa e pervicace questo sentimento di rancore e di odio, non affidarsi alla Giustizia amministrata dai Giudici dello Stato è un sentimento indice di una cultura sub-mafiosa che comunque rappresenta l'humus nel quale alligna la mala pianta della 'ndrangheta". Per risalire con certezza a chi avesse orchestrato l'ultimo attentato ai danni di Franco Borrello i militari dell'arma hanno lavorato ad un'inchiesta "vecchio stile" dove "l'aspetto prevalente è stato quello investigativo di paziente e certosina verifica di circostanze, osservazione di spostamenti, cattura di momenti peculiari, sopralluoghi" e tutto quanto anche le più moderne tecnologìe non avrebbero consentito di fare. E' così che sono riusciti a mettere le mani su Leonardo Foti (classe '78) e Antonino Foti (classe '82) rei di avere affidato ad un altro soggetto "l'esecuzione" per vendicare i propri familiari morti 4 anni prima. Gli uomini dell'Arma avevano promesso di dare un volto ai responsabili del tragico ferimento del piccolo Antonino Laganào ed hanno mantenuto la parola. Manca all'appello l'esecutore materiale sul quale, ormai, il cerchio degli inquirenti si fa sempre più stretto. Sono fiduciosi, ma hanno sottolineato la "sconcertante" omertà, - "nessuno ha fornito elementi utili alle indagini pur avendo assistito alla sparatoria più di 500 persone" - ritenendo verosimile l'esistenza di testimoni oculari potendo "prudentemente escluderne l'assenza". LO SCOPPIO DELLA "FAIDA" Il 3 aprile del 2004 scoppia una lite per "futili motivi" all'interno del pub-sala giochi "La Lambada" di Francesco Borrello a Melito Porto Salvo. La rissa - emerge dagli atti del processo già celebrato davanti alla Corte d'Appello di Reggio Calabria (Presidente Scaglione) - proseguì sul Corso Garibaldi. Borrello, in un primo momento, soccombe ai fendenti di Paolo Foti. Questi ad un certo punto spara contro Borrello che, ferito, si avventa contro il Foti, lo disarma e spara diversi colpi. Uno attinge mortalmente al cranio Giulio Verdirame (all'epoca 24 anni di età). Morirà qualche minuto dopo essere giunto in ospedale. Gli animi non si placano e poco più tardi Francesco Borrello e Paolo Foti ingaggiano un ulteriore conflitto a fuoco. Parte un altro colpo che, questa volta, colpirà mortalmente Santo Carmelo Zampaglione (25 anni). Borrello fuggirà salvo poi essere scovato dalla Squadra Mobile nella frazione di Pilati ancora ferito. Al termine del processo Borrello sarà assolto - per non avere commesso il fatto - dall'accusa di omicidio di Santo Carmelo Zampaglione, in quanto fu dimostrato che il proiettile non partì dall'arma di Borrello. Ridotta invece la pena per l'omicidio di Giulio Verdirame. Il reato fu derubricato in "eccesso colposo di legittima difesa". Dopo avere scontato una condanna a 3 anni e 6 mesi di reclusione, Borrello è un uomo libero. Ma non aveva fatto i conti col desiderio di vendetta. Chiuso il processo rimaneva aperta la squallida partita tra lui e la famiglia Foti. Il 23 gennaio fanno irruzione nella sua abitazione Paolo e Annunziato Foti. Intervenuta una "gazzella" per sedare la colluttazione i militari dovranno vedersela con la furia dei famigli. Saranno arrestati per resistenza e violenza a pubblico ufficiale. A Marzo tentarono ancora una volta di braccarlo nei pressi di un distributore di benzina. Provvidenziale l'ennesimo intervento dei Carabinieri. A Giugno fu invece pianificato tutto. Controllati spostamenti ed orari di Borrello (che sapeva di essere un "bersaglio"). Fino alla decisione della data della sua morte. Il 6 giugno. La presenza dei bambini? Per gli inquirenti "una circostanza della quale non hanno minimamente tenuto conto". Incaricano un killer che manca l'obiettivo, ma ferisce gravemente il piccolo Antonino. In un'intercettazione ambientale tra Leonardo ed Antonino Foti nessun cenno al ferimento, ma solo il pericolo avvertito: "Vedi che non è morto. Ora ci ammazza lui". All'indomani dell'agguato del 6 giugno fu proprio Antonino Foti, fratello di Paolo, detenuto, ad essere sentito dai Carabinieri di Melito, egli si difese attraverso un alibi che non ha retto ai riscontri effettuati nei giorni successivi. Ogni scusa, ogni giustificazione è stata "smontata pezzo per pezzo". Ora, zio e nipote, sono in arresto con l'accusa di concorso in duplice tentato omicidio pluriaggravato, porto d'arma clandestina e ricettazione. La richiesta del PM Giovanni Musarò, che ha coordinato l'indagine, ha trovato il pieno accoglimento del GIP Filippo Leonardo. Manca solo l'esecutore materiale per mettere la parola fine ad una storiaccia che definire squallida è più che riduttivo. Appresa la notizia dell'arresto il papà del piccolo Antonino, che oggi si trovava a Roma per altre cure, ha chiamato il comandante Alestra. Che ha promesso di dare un volto anche a chi ha, materialmente, premuto il grilletto.
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Impressioni di Gianfranco Donadio
IL POTERE DELLE PAROLE, LE PAROLE DEL POTERE - Il linguaggio delle mafie ha codici precisi. I corleonesi sono stati i "maestri" nella costruzione dei parametri della legittimazione del comando, perché lo hanno saputo usare in modo flessibile, duttile, alternando nel tempo tutte le forme di governo dell'organizzazione mafiosa. Attraverso la doppiezza della parola e alla seduzione ingannevole della sua fascinazione si struttura la base del potere mafioso. E' quanto emerge dalla lezione del Procuratore Aggiunto della DDA di Reggio Calabria, Michele Prestipino in un Seminario di studi all'Università della Calabria il 22 maggio 2010, nell'ambito del programma corso di Etnologia delle culture mediterranee tenuto dal prof. Fulvio Librandi.
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Tutti falliti. Compreso il terzo. Quello del 6 giugno scorso nel quale rimase gravemente ferito il piccolo Antonino Laganà, 4 anni, che ebbe l'unica colpa di trovarsi - assieme a decine di altri bimbi - nel cortile dell'oratorio della Chiesa della Madonna del Porto Salvo per una recita di fine anno organizzata dal circolo didattico di Melito Porto Salvo.























