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Viaggio nella crisi: calo di occupati e disoccupati. In Calabria vince la rassegnazione

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L’indicatore fondamentale per parametrare gli effetti delle crisi sull’economia calabrese sono i tassi relativi all’occupazione e alla disoccupazione.

 

 

Il tasso di occupazione in Calabria si attesta oggi attorno al 42,2%. I dati si riferiscono al rapporto tra occupati e popolazione nella fascia di età tra 15 e 64 anni. Leggermente superiore se ci si riferisce al tasso di attività (studenti compresi) con una percentuale del 47,9%. Se il dato si riferisce invece alla popolazione complessiva diventa dell’11,9%. Nei fatti in Calabria solo un individuo su dieci ha la fortuna di percepire uno stipendio.

Negli ultimi anni gli effetti della crisi non hanno risparmiato le province calabresi. Precisamente negli ultimi sette anni abbiamo assistito a un calo di quasi 4 punti percentuali del tasso di occupazione (già scarso) sul territorio regionale. Nel 2004 si partiva infatti da un dato complessivo del 46% di occupati. Nel 2005 un calo di un punto e mezzo. Nel 2006 un lievissimo aumento e poi un lento declino fino all’attuale drammatica situazione.

La provincia con il tasso di occupazione più basso è Crotone, che giunge addirittura ad un misero 36.9% (partiva nel 2004 dal 41%). Quella con più occupati è invece Catanzaro con il 46,2% (partiva dal 47,9% del 2004). Le altre tre province si attestano invece su un tasso di occupazione abbastanza omogeneo che si aggira tra il 41,5% e il 41,8%.

Un crollo strutturale che evidenzia una situazione devastante dal punto di vista sociale. Ancor più se aggiungiamo che il calo dell’occupazione è stato in parte contenuto negli ultimi anni da un massiccio ricorso alla Cassa Integrazione Guadagni ordinaria e straordinaria. Nel 2009 ad esempio le unità lavorative in Cig erano un totale di 6milioni e 300mila sul territorio regionale. Nel 2010 si arriva addirittura a 11 milioni. Il dato è quasi raddoppiato. Sono gli effetti spietati della crisi, che in Calabria assume i toni di un vero e proprio dramma sociale, ancor più evidente se incrociamo il dato dell’emorragia di occupati con quello relativo al tasso di disoccupazione.

I disoccupati (intendendo con essi le persone in cerca di occupazione) sono oggi in Calabria l’11,9% della forza lavoro. La provincia con il tasso più basso è Catanzaro con il 10,5%. Segue Reggio con l’11,6% e poi le altre province che oscillano tra il 12,5% e il 12,9%.

Stupisce però verificare che negli ultimi anni il dato relativo alla disoccupazione, al contrario di quanto ci si potrebbe attendere in relazione alla crisi, ha subito un calo sostanziale. Sul complesso regionale si passa infatti da un 14,3% del 2004 all’attuale 11,9%.  Se si incrocia questo dato a quello degli occupati si nota come entrambi sono in calo. Un paradosso che però non deve stupire.

Si tratta infatti di un trend ormai diffuso anche a livello nazionale. In tanti perdono il lavoro, altrettanti smettono di cercarlo. I cosiddetti Neet (Not in education employment or traning). Soggetti che non studiano e non lavorano e nonostante ciò non sono alla ricerca di un’occupazione.  Nel 2010 in tutta Italia sono risultati più di 2 milioni e 100 mila, ben il 6,8% in più rispetto all’anno precedente. Anche in Calabria il numero è in costante aumento ed offre una facile lettura sociologica del fenomeno crisi su un territorio economicamente fragile come quello calabrese.

Il calo contemporaneo di occupazione e disoccupazione può essere interpretato con una doppia tendenza.

Da un lato l’aumento del lavoro nero spiegherebbe come mai chi non è occupato non risulta nelle statistiche dei disoccupati. In effetti in Calabria esiste tanta gente che non può definirsi occupata perche non ha un contratto ma d’altra parte non è alla ricerca di un lavoro per in realtà lavora già, anche se in nero. In Calabria le stime relative all’anno 2008 si attestano attorno al 22,3%, con punte del 25,4% in provincia di Crotone. In pratica un lavoratore su quattro è irregolare.

D’altra parte il dato potrebbe essere interpretato con una sola triste parola: rassegnazione. E’ questo l’esito più drammatico della crisi.  In tanti il lavoro non lo cercano più. Incastrati tra le pieghe di un mercato del lavoro asfittico che non offre altro che piccoli impieghi temporanei, rigorosamente in nero, utili solo a mantenersi in vita, pur al di sotto della soglia di sussistenza.

Una tendenza diffusa soprattutto tra i giovani che hanno perso qualsiasi prospettiva di sviluppo ma anche semplicemente di speranza. In tanti riescono ad andare avanti solo grazie all’aiuto dei genitori. Le pensioni da questo punto di vista risultano fondamentali per il sostentamento di migliaia di famiglie calabresi.

Il quadro che ne esce è devastante. Il problema, più grave, è che la politica risulta essere non solo assolutamente incapace di far fronte alla situazione, ma in molti casi sembra non curarsene, come se ignorare la malattia potesse in qualche modo aiutare il malato a non soffrire. Ma la realtà, stando ai numeri, è durissima. L’impressione è quella di trovarsi di fronte ad una schiera di pianisti che continuano a suonarsi a vicenda le loro serenate notturne, mentre il Titanic inesorabilmente affonda.

(9 – continua)

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