Beni confiscati alla ‘ndrangheta: il cammino della legalità 

venerdì 07 marzo 2008
18:42

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di Gaetano De Benedetto ed Anna Foti

La legalità oggi è un valore fortemente ricercato. Tra i suoi alleati migliori le persone per bene, la cittadinanza onesta, le istituzioni trasparenti, la magistratura indipendente e l’informazione libera.

Ma la legalità è anche un valore seriamente minacciato e ha molti nemici. L’avversario per eccellenza è il fronte, non più inespugnabile, della criminalità organizzata. Uno degli strumenti che lo Stato ha scelto per

beniconfiscatiscalfirlo, restituendole la giusta e defraudata dimensione, è quello dell’aggressione ai patrimoni. Attraverso la confisca di beni immobili, terreni e aziende illecitamente accumulate, lo Stato sottrae ricchezza alle famiglie mafiose e le riutilizza a scopo istituzionale o a scopo sociale, assegnandole ad associazioni e cooperative sociali.
In Calabria oggi vi sono circa 500 beni, su quasi 1100 confiscati, che ancora attendono di essere destinati e dunque di essere restituiti alla collettività. Solo nel territorio comunale di Reggio Calabria vi sono circa 90 beni ancora da riutilizzare, compresi i 48 destinati lo scorso anno dopo la firma del protocollo tra Comune, Demanio e Prefettura.
Oltre trecento sono quelli da destinare nei diversi comuni della provincia, con picchi nei comuni di Marina di Gioiosa e Oppido Mamertina. Criticità e successi sono legati a questo percorso che ancora presenta numerosi ostacoli ma che non cede alle difficoltà e che persevera nel porsi come un’alternativa.
Un approfondimento, in onda sabato 8 marzo alle ore 15:30 su Play Tv, canale 869 di Sky, intitolato “Beni confiscati alla ‘Ndrangheta. Il cammino della legalità”, a cura di Anna ceresoFoti, per la regia di Gaetano De Benedetto, con la collaborazione di Alessandro Placido, racconterà proprio come questo percorso si stia tracciando, pur se tra mille difficoltà, anche nella complessa realtà comunale e provinciale di Reggio Calabria.
Realtà dove la mafia esiste, ma non esiste solo quella. Dove essa opera, possiede e gestisce ma dove esistono anche istituzioni e cittadinanza vigile e dove sono presenti le forze dell’ordine e la magistratura che sempre più frequentemente sequestrano e confiscano beni e terreni.
Attraverso le esperienze del gruppo scout della parrocchia del Buon Consiglio che ha avuto in assegnazione un deposito di proprietà Libri, della cooperativa “Rom 1995” sorta nei locali degli Aquilino, del Cereso che ha allestito la propria sede organizzativa nei locali dei Labate e della caserma di Cannavò, un tempo villa Libri, si è cercato di porre l’accento sull’impegno e sulle difficoltà incontrate nella nostra dimensione comunale.
Lo sguardo si è allargato anche alla provincia con una finestra su Gioiosa Ionica, Melito Porto Salvo e a Gioia Tauro. Un cammino di immagini, musiche e parole partito da Reggio Calabria, teatro della manifestazione “Consenso Negato”, e giunto fino a Polistena per la giornata della memoria della vittime di mafia. Evidente la necessità di conoscere, di informarsi ma anche quella di migliorare.
Bisogna fare di più, specie nel rispetto dello spirito della legge 109/1996 per il quale la riutilizzazione che segue la confisca, incarna la risposta concreta e decisa dello Stato. Risposta che è chiamata a manifestarsi anche nella capacità di restituire in condizioni di piena fruibilità e funzionalità questi beni alla collettività. Ma le criticità sono molteplici come, del resto, in tutte le altre regioni interessate tra le quali, per numero di beni, la Calabria è terza dopo Sicilia (3350 beni confiscati) e la Campania (1171 beni confiscati) e prima della Lombardia (488 beni confiscati) e il Lazio (322  beni confiscati). Si tratta di problematicità diffuse e legate a lungaggini processuali, a ritardi, ad inefficienze, ad occupazioni abusive, a condizioni di eccessivo abbandono e degrado in cui versano i beni.
Dopo anni di processo, nella maggior parte dei casi, per questi beni non sono disponibili, al momento della sentenza definitiva, adeguati fondi che ne consentano il ripristino e l’utilizzo. Tuttavia è doveroso anche registrare dei segnali positivi che anche nella nostra città attestano l’efficacia di questa normativa, certamente migliorabile.
Il riferimento riguarda la Cooperativa Rom !995, sorta a Condera presso il primo immobile confiscato e destinato all’amministrazione comunale della nostra città nel 2000. Di recente la stessa, già attiva nella gestione del servizio di smaltimento di rifiuti a domicilio e su strada, ha ubicato presso la sua struttura l’isola ecologica presso la quale è possibile depositare direttamente i rifiuti solidi ingombranti, affinché vengano correttamente smaltiti. Una servizio di raccolta differenziata che tutela l’ambiente favorendo anche l’integrazione sociale e lavorativa di persone di etnia rom.
Un bene confiscato può divenire dunque risorsa per la collettività e per il territorio. Tale risorsa è destinata a crescere, dal momento che a breve presso il secondo piano della struttura dovrebbero anche iniziare i lavori di costruzione della riciclerai. Anche in via San Giuseppe presso la sede organizzativa del Cereso, c’è aria di cambiamento. Sono infatti in corso i lavori di allargamento della strada che presto comporteranno la demolizione dello stabile assegnato al Cereso. Tra le soluzioni proposte per la modifica della legge 109 e un miglioramento della sua applicazione, anche quella di Libera che da tempo sponsorizza l’istituzione di un’agenzia ad hoc per la gestione dei beni confiscati.
Il sequestro dei beni precede la confisca, eventuale se vi è condanna definitiva dei proprietari imputati in un procedimento penale, e rappresenta lo strumento di aggressione ai patrimoni delle famiglie mafiose utilizzato dallo Stato nella sua attività di contrasto alla criminalità organizzata.
Tra la provincia di Reggio Calabria e la Lombardia hanno avuto luogo le più recenti operazioni di sequestro di beni, per un  totale di 150 milioni di euro, appartenuti alle ‘ndrine Nirta-Strangio e Pelle -Vottari. Nel caso di specie non si tratta soltanto di un ulteriore effetto post Duinsburg ma di un’attività che forze dell’ordine e magistratura portano avanti da decenni e con particolare incidenza negli ultimi anni, specie nelle regioni e nei territori particolarmente interessati dal fenomeno mafioso e dunque dalla presenza di immobili e aziende di proprietà di mafiosi.
La Calabria, come la nostra città, rientra tra questi territori in cui tali misure vengono applicate con maggiore frequenza e pertanto offre diversi spunti di riflessione sull’applicazione della legge 109 del 1996. Questa stessa legge è figlia di un trascorso storico che merita dei cenni.
L’intuizione dell’aggressione ai patrimoni dei mafiosi per neutralizzare la potenza invasiva delle organizzazioni criminali aveva animato già nel 1982, all’indomani dell’efferato omicidio di Carlo Alberto Dalla Chiesa, prefetto di Palermo, l’approvazione della proposta di legge formulata da Virgilio Rognoni e Pio La Torre, quest’ultimo ucciso da Cosa Nostra il 30 aprile dello stesso anno.
Essa introduceva nell’ordinamento le misure patrimoniali del sequestro e della confisca dei beni di sospetta provenienza o frutto di traffici illeciti, da unirsi alle misura di restrizione personale che già la legge del 1965 aveva predisposto.
La legge 109, poi, ha integrato nel 1996 la precedente disciplina del 1982, la legge Rognoni – La Torre istitutiva del reato di associazione di stampo mafioso (art. 416 bis c.p.), con l’importante introduzione dell’uso sociale dei beni confiscati finalizzato a garantire agli stessi la significativa valenza di riscatto sociale e di promozione della legalità.
“La mafia restituisce il maltolto” questo lo slogan che l’associazione Libera, nomi e numeri contro le mafie, che molto aveva lavorato per la sua approvazione, aveva scelto per diffonderne il messaggio.

Una delle attività illecite maggiormente praticate e redditizie per le organizzazioni criminali è proprio il riciclaggio. Dunque colpire la mafia nella sua prerogativa di accumulazione illegittima di capitali e scalfire il suo potere economico, corrisponde proprio ad indebolirla, a renderla meno insidiosa, a ridurne il potere di assoggettamento e il grado di minacciosità nei confronti del tessuto sociale.

Tessuto che le riserva ampio consenso dal momento che l’imprenditore mafioso è in grado di garantire occupazione, liquidità e stabilità. La criminalità organizzata è quello che è in ragione di tutto quello che possiede, accumula e vende al prezzo della integrità della coscienza. Allo Stato il compito arduo di affermare la legalità, colpendo questa ricchezza e trasformandola in una risorsa comune.

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