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    Il Burrone della politica reggina

    di Giusva Branca – Ho volutamente atteso dei giorni prima di scrivere. Volevo vedere, ascoltare, capire cosa la politica avrebbe prodotto rispetto a tre questioni molto diverse – e anche di peso specifico enormemente differente – che hanno in diversa misura polarizzato l’attenzione e che, in altri tempi e con altri uomini avrebbero potuto segnare l’avvio di un dibattito serio su tre spunti concettuali (al di là delle vicende personali) in verità molto ghiotti ma che sono state clamorosamente sprecate.

    Partiamo dalle buffe dinamiche della cosiddetta legge “Severino” che oggi si ritrova orfana di madri e padri e che in Parlamento pare si sia votata da sola. E’ ritenuta inadeguata praticamente da tutti, addirittura il Governatore della Campania ci va allo scontro muro contro muro con buone speranze di uscirne bene e anche la “pancia” del Paese, da sempre emotivamente instabile, pare avere abbandonato la visione manichea della questione per assumere atteggiamenti più prudenti.

    E allora mi chiedo quanto in un Paese la cui storia delle vicende processuali ha da sempre dimostrato una grande “fluidità” (segno, in verità, di un sistema ancora sufficientemente garantista), l’evolversi parziale delle stesse possa, invece, conoscere tratti di definitività politica, perché di questo si tratta.

    E, per uscir di metafora, quanto sia rispettoso dei principi normativi che in un periodo storico essa venga applicata rigidamente al punto di “costringere” Scopelliti alle dimissioni prima che scattasse la mannaia prevista dalla legge ed in un’altra fase, immediatamente successiva, la medesima disposizione normativa venga percepita come “da cambiare al più presto” e, cosa ben più grave, consenta ad altro Governatore di essere votato, eletto, di insediarsi e di governare prima che alcuna modifica parlamentare venisse neppure proposta.

    Una sorta di autodelegittimazione volontaria, insomma, che crea figli e figliastri e, soprattutto, genera confusione assoluta rispetto a ciò che la legge impone oppure no.

    Altra situazione surreale sulla quale si è persa l’occasione di un dibattito serio, nonostante lo spunto fornito da Demy Arena, è quella relativa allo scioglimento dei consigli comunali per mafia (o ‘ndrangheta, come vi pare).

    Qualche tempo dopo lo scioglimento del Consiglio comunale di Reggio ebbi modo, in un dibattito pubblico, di sottolineare il mio pensiero, secondo il quale, nel momento in cui lo scioglimento non è “diretto” (cioè per condotte specifiche dei singoli consiglieri o assessori) ma riferito ad una generica “contiguità” ad attività borderline tipiche dei nostri territori e, ormai, di tutto il Paese, esso rischia di diventare un aereo da pilotare senza cloche.

    Con questi criteri – dissi – qualunque consiglio comunale della storia di Reggio avrebbe potuto essere sciolto (e sfido qualunque reggino a dire il contrario) e, in questo periodo storico, il 100% dei Comuni del Sud e gran parte dei Comuni del Paese potrebbe essere sciolto domani mattina.

    Il tempo ha confermato –a contrario – questa idea e Arena ha valanghe di ragione da sbandierare quando sottolinea che sono inaccettabili le dichiarazioni di Renzi rispetto a una presunta “non scioglibilità” del Municipio romano.

    Ora, a parte una strana commistione tra valutazione politica e scelta relativa alla tutela delle buone prassi amministrative e democratiche (questo, in teoria, dovrebbe tutelare la norma), l’atteggiamento e anche la scelta di dichiarare la cosa petto in fuori somiglia tanto al Marchese Onofrio del Grillo quando, rivolgendosi ai suoi compagni di bettola portati al gabbio mentre lui e il suo scudiero venivano fatti scendere dalla carrozza, li apostrofò (scimmiottando Gioacchino Belli) con il celeberrimo “Io sò io e voi nun siete ‘n cazzo!”

    L’occasione, ripeto, per un confronto sereno e scevro da personalismi sarebbe stata ghiotta, ma anche stavolta oratori e uditorio hanno preferito, tutti, girarsi dall’altra parte.

    O forse erano distratti.

    Da cosa? Ovviamente dall’ultima perla della nostra politica locale; il caso-Burrone. In realtà il caso in sé e cioè le reiterate pubblicazioni (passate) di apprezzamento rispetto a pratiche totalitaristiche del mondo comunista, soprattutto sovietico, da parte di un singolo consigliere comunale non mi pare meritevole di grandissima attenzione; ben diversa, invece, la valutazione relativa alle scelte della politica.

    Mi spiego: come feci già anni addietro in occasione di uno scivolone su fb (assai più lieve) di Luigi Tuccio, ritengo doveroso non pervenire a giudizi affrettati e superficiali sull’uomo e altrettanto ineludibili considero le dimissioni del consigliere medesimo, nella misura in cui egli ispira il mandato ricevuto dagli elettori ai principi di democrazia che diamo tutti per scontati ma che sono in regime di totale incompatibilità con quanto da Burrone pubblicato più volte sulla propria pagina facebook.

    Nulla di personale, come si dice in questi casi, probabilmente il consigliere Burrone sarà una bella e brava persona che si è lasciato andare nello scrivere, ma se non ripristiniamo il principio secondo il quale, pur senza andare oltre nelle valutazioni, come detto, ciascuno è responsabile della propria faccia e delle conseguenze delle proprie azioni , possiamo tranquillamente dire che è finito tutto.

    Se io sbaglio a scrivere e mi lascio andare potrò anche opporre che sono una brava persona e che in tutte le altre circostanze mi sono comportato bene, ma le conseguenze della mia azione, sotto forma penale o del risarcimento del danno, ma anche sul piano della credibilità, della serietà percepita, me le prendo tutte.

    E così accade ogni giorno a chi esprime opinioni. Per un consigliere comunale, oltre alle responsabilità giuridiche, esistono quelle etiche connesse al mandato.

    Sarà stato uno scivolone, un intervento a gamba tesa isolato ma la regola suggerisce il cartellino rosso.

    E questo sarebbe ( o sarebbe stato), esattamente come scrissi all’epoca a Tuccio una patente di straordinaria coerenza e spessore per lo stesso Burrone da un lato e per la sua maggioranza dall’altro. Nel nome di una opportunità che troppo spesso viene sostituita da opportunismo, come accaduto negli anni anche con protagonisti di opposto colore politico.

    Invece non accade nulla, il dibattito non parte su nessun punto, financo l’opposizione consiliare ci mette dei giorni per formulare pubblicamente un pensiero chiaro e unitario (sabato mattina in conferenza stampa).

    E allora se neppure nel nome dell’interesse collettivo ci si riesce a confrontare su livelli decenti e di principio che obblighino a mettere da parte le bandiere della faziosità e se ciò diventa impossibile sia su tematiche di alto spessore come la “Severino” o lo scioglimento dei Comuni che su altre di portata francamente imbarazzante, vorrei tanto capire come potrà fare questa città a ritrovare una via da percorrere in futuro.

    Indipendentemente dal fatto se sia la via giusta o no.