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    Reggio Calabria – Bimbo maltrattato: condannata “la maestra dello schiaffo”

    E’ finalmente arrivata all’epilogo la lunga e dolorosa vicenda giudiziaria di G.T., un ragazzo, oggi maggiorenne, che subi’ i maltrattamenti della propria insegnante di sostegno, L.G., durante gli anni in cui frequento’ la scuola elementare.

    Gli ermellini di Piazza Cavour, con la sentenza n. 603 del 2019, avendo dichiarato inammissibile il ricorso proposto dal.g. avverso la sentenza d’appello, hanno sancito la definitivita’ della precedente pronuncia.

    Nonostante l’intervenuta prescrizione del reato in sede di appello lasci un po’ l’amaro in bocca a G. e alla sua famiglia, all’esito dei tre gradi di giudizio esperiti sono state confermate le statuizioni in favore delle parti civili: a G. e ai suoi familiari, vittime tutti, dirette e indirette, dei maltrattamenti perpetrati dall’insegnante di sostegno, spetta infatti il risarcimento dei danni patiti; una misera consolazione in realta’, considerate le sofferenze inferte al piccolo G., alla sua mamma e al suo papa’, una giustizia che arriva in ritardo e, si puo’ dire, solo a meta’.

    La pronuncia di primo grado, che riconosceva colpevole  l’insegnante, infatti, e’ stata riformata dalla corte d’appello di Reggio Calabria perche’, nelle more, il reato si e’ prescritto: G. e la sua famiglia hanno comunque vinto, hanno fatto sentire la propria voce forte e chiara, ribellandosi a soprusi mascherati da “metodi educativi”, superando l’indifferenza e le colpevoli omissioni di chi sapeva, intuiva e comunque non e’ mai intervenuto, ne’ in difesa del piccolo G., ne’ a sostegno dei suoi genitori.

    Una lunga battaglia, fatta di ostacoli, diffidenza e pregiudizi, che G. Ha portato avanti coraggiosamente, sostenuto dalla sua famiglia e che, alla fine, nonostante le sbavature di un sistema processuale spesso troppo lento e farraginoso, gli ha reso giustizia.

    L’insegnante era soprannominata dagli studenti della scuola “la maestra dello schiaffo”: un epiteto che gia’ dice molto dei suoi presunti “metodi educativi”.

    Il piccolo G. era spesso solo con lei in un’aula attigua a quella ove si trovavano gli altri compagni della sua classe e proprio li’, “al riparo” dagli sguardi, era esercitato il delicato ruolo di insegnante di sostegno.

    Il muro che frapponeva tra G. e i suoi conmpagni, tuttavia, e’ stato simbolicamente demolito dalla pronuncia di condanna del tribunale di Locri,  intervenuta gia’ in primo grado, che ha dato ragione alla famiglia, cosi’ come e’ stato spazzato via il silenzio colpevole di tutti coloro che, inevitabilmente, sapevano, e hanno preferito tacere.

    L’unico rammarico e’ rappresentato dal fatto che la maestra dello schiaffo, paradossalmente, ha continuato ad insegnare, a conferma del fatto che il nostro sistema, purtroppo, non e’ sempre perfetto.