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Reggio Calabria – Dalla riva dello Stretto l’accorato appello all’unione di Bregovic

di Grazia Candido (foto Antonio Sollazzo) – Un vero e proprio incanto, una lezione di vita per imparare a vivere con la diversità. Goran Bregovic, musicista bosniaco con la sua orchestra per funerali e matrimoni, ieri sera ha stregato il pubblico del teatro “Francesco Cilea”, un evento organizzato dalla Polis Cultura di Lillo Chilà che scrive sul proprio “taccuino artistico” un altro meritato tutto esaurito.

La big band composta da 19 elementi riesce per quasi due ore, a creare diverse atmosfere: si passa dal lento al veloce dal coinvolgente al ritmico.
Bregovic parte dal suo ultimo album “Three Letters From Sarajevo” dove le tre lettere sono struggenti “preghiere” delle tre religioni monoteiste: cristiana, musulmana ed ebrea che si uniscono in una pacifica convivenza.
Ad aprire è la lettera cristiana con i suoni degli ottoni che passano tra il pubblico prima di salire sul palco seguiti dagli archi e dalle vocalist femminili in abiti tipici ed un coro di sei uomini. Ultimo ma non per importanza, Goran rigorosamente di bianco vestito pronto a ricreare quei ritmi festosi e danzanti e a sfoderare le sue “armi”: l’ironia, la conoscenza e la forza che può avere solo chi ha vissuto una guerra.
Canzoni dalle sonorità più soft ma sempre originalmente marchiate da quel tocco melting pot, si alternano in sonorità vivaci e multietniche.
Il pubblico è travolto da quelle atmosfere liriche alle quali si affiancano swing e ritmiche balcaniche intervallando stati d’animo diversi: si passa dalla gioia al dolore tra i grandi spazi musicali messi in risalto dai violini e dagli archi che si amalgamano creando un unico suono.
La musica di Goran riesce ad annullare le differenze, le diversità e, allo stesso tempo, ad unire le varie anime in una assoluta, unica, perfetta. Ma l’emozione deve lasciare spazio anche al divertimento, alle sonorità incalzanti, a quelle ballate che staccano l’uomo dalla quotidianità frenetica, affannosa, poco gioiosa.
Sulle note di “Bella Ciao” e “Kalashnikov”, il musicista coinvolge il pubblico liberandolo dalla “pesantezza” della vita anche se “il testo – spiega Bregovic – racconta la passione per le armi del suo popolo”.
Il suo è un live fatto di racconti in musica, una musica che può unire, che si oppone alle diversità, alle guerre e ai conflitti. Ed è grazie alla musica che l’artista bosniaco riesce ad aprire il suo cuore per affrontare il trauma della guerra civile.
Gli applausi travolgono i musicisti e Goran visibilmente emozionato, quasi sbalordito da quel travolgente affetto, si lascia andare in un racconto inserito nell’ultimo disco, “una storiella che ha letto su Internet – dice guardando il suo pubblico ormai in piedi – Una giornalista della Cnn sente parlare di un anziano ebreo che per oltre 60 anni è andato due volte al giorno a pregare al Muro del pianto. Lo va a cercare e gli chiede: “Di cosa parla con Dio ogni giorno da sessant’anni?” e lui: “Prego per la pace, per i giovani, perché religioni diverse possano vivere insieme”. La giornalista gli chiede se ha ottenuto risposta e l’anziano: “In verità, ho l’impressione di parlare al Muro”.
Il pubblico ride ma è lì che Goran incalza mettendo a segno un’importante chiosa: “Se c’è qualcosa da imparare da questa storia, è che Dio non ha voluto insegnarci a convivere e che dovremmo trovare noi il modo di imparare da soli e vivere bene”.
Magari la musica non potrà cambiare il mondo ma i piccoli segnali che dà possono essere sicuramente d’aiuto all’essere umano e, ieri sera, Goran ha cantato le divisioni religiose che lui stesso ha vissuto nel suo Paese lanciando dalla riva dello Stretto, un accorato appello all’unione.





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