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Enrico Montesano: “l’Italia la possono salvare solo gli italiani”

di Grazia Candido (foto Antonio Sollazzo) – E’ una solidissima “colonna” del teatro italiano e dopo il successo di “Rugantino” e “Il marchese del Grillo”, Enrico Montesano torna a teatro con un altro personaggio simbolo della romanità, “Il conte Tacchia”.
In un adattamento liberamente tratto dal celebre film di Sergio Corbucci in formato commedia musicale firmata dallo stesso Montesano (che cura anche la regia) e Gianni Clementi, prende vita una storia di amore, onore e nobiltà ma anche, un travolgente racconto che mostra il “volto” di una Roma che è cambiata ma ancora, conserva certi modi di dire e pensare. In scena domani sera e domenica al teatro “Francesco Cilea” all’interno della kermesse “Le maschere e i volti” della Polis Cultura, Enrico ci parla del suo personaggio e della commedia che chiude la trilogia di personaggi popolari romani.

“Questa è una cosa molto romana, è una storia d’amore che inizia nel 1914 e finisce nel 1944, anzi ricomincia nel 1944. Il Conte Tacchia è un personaggio romano, un burlone, molto scherzoso e i ragazzini lo prendono in giro chiamandolo Tacchia in senso dispregiativo. Partiamo con la commedia musicale dove finisce il film aprendo con la Roma liberata nel 1944 quindi, musicalmente spaziamo dal boogie boogie per poi ritornare indietro nel tempo nel 1911 dove ci sono i valzerini e finire la commedia. Oggi, diremmo che è un grande flash back anche se noi diciamo un grande ricordo”.
Una Roma bella, difficile da dimenticare. C’è un po’ di nostalgia?
“In quegli anni a Roma si faceva il monumento a Vittorio Emanuele II. Quella era una Roma bella, pacioccona, dove c’era ancora il tram a cavalli anche se stavano arrivando le prime carrozze a motore. A me è piaciuto il periodo di questa nobiltà romana che comincia ad aprirsi dopo la presa di Roma. Una Roma dove si conservano le vecchie abitudini però, pronta ad una modernità inevitabile”.
Ma chi è il Conte Tacchia oggi?
“Oggi potrebbe essere un agitatore, un gilet giallo però più scherzoso e burlone. Non violento”.
Sicuramente, in questa commedia oltre alla romanità spicca il senso dell’onore e della giustizia che ispirano il protagonista nonostante la sua apparente superficialità.
“E’ un personaggio del popolo quindi è un elemento comune a tutte le società italiane. E’ un uomo semplice ma di sani principi che pensa che l’alta società, i salotti buoni siano meglio e vuole diventare nobile ma capisce che là c’è meno nobiltà d’animo che nel popolo semplice. Nelle persone semplici ci sono sempre, forse le più generose”.
Oggi la frase finale di Tacchia “dovete annà a lavorà” la potremmo cambiare “in fateci lavorà”. Che ne pensa?
“Il motivo ricorrente “dovete lavorà, dovete annà a lavorà, dovete tutti annà a lavorà” oggi è una cosa attualissima se ci fosse il lavoro. E’ anche vero che non bisogna rifiutare certi lavori perché ce ne sono tanti che, purtroppo, non vengono svolti. Il lavoro è sempre una cosa bella”.
Cosa direbbe il Conte Tacchia di questa nostra società?
“Stanno a giocà, non se po’ giocà. La prenderebbe sempre con ironia ma direbbe che non hanno capito che non si può fare così. Bisogna lavorare seriamente”.
Stiamo affrontando una grave crisi culturale. Che mi dice?
“La crisi della cultura è una cartina di tornasole che denuncia la crisi del Paese però, l’Italia la possono salvare solo gli italiani”.
Come vede gli italiani?
“Li vedo rassegnati, li vedo vittime dei furbi che poi non sono furbi ma sono stupidi perchè chi pensa di esserlo sotterrando le scorie, le immondizie non capisce che rovina la sua famiglia, i suoi figli, i suoi nipoti. Uno se ne può fregare delle leggi dello Stato ma non se ne può fregare delle leggi della natura. Quindi, se tu costruisci derogando una legge dello Stato nell’alveo di un fiume quando questo si arrabbia, ti porta via e ci sono morti, tanti morti. L’opera necessaria per il nostro Paese è rimetterlo assesto dagli alluvioni, dalle frane, dai ponti che crollano. Gli italiani, i cosidetti furbi devono fare un buon esame di coscienza”.

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