Home / CALABRIA / Mia Martini: “Se non canto, non vivo”

Mia Martini: “Se non canto, non vivo”

di Anna Foti  – Artista appassionata e coraggiosa, Mia Martina ci viene consegnata dalla Storia in tutta la sua grandezza e dentro quel suo splendido sorriso scorre un’esistenza segnata dalla gioia di cantare, dal talento ma anche dal tormento.

Ci pare di sentirla ancora adesso mentre semplicemente dice: “Se non canto, non vivo”. Il suo percorso artistico è stato brillante fino, nonostante tutto, ed il suo è stato un travaglio figlio di un tempo ostile in cui il suo talento indiscusso e la sua sensibilità artistica furono duramente, indegnamente e ingiustificatamente calpestati da pregiudizi, infamie, invidie e ignoranza. Con fare cattivo, ostile e spietato, fu emarginata. Oggi le si dovrebbe molto più che tributi, per quanto struggenti ed emozionanti, di memoria.

 

Per chi sfida con la propria purezza il perbenismo di facciata, con la propria implacabile autenticità la dilagante mediocrità e con il proprio talento sistemi di distribuzione di poltrone e di potere che stritolano il merito fino ad annullarlo, il destino è da secoli il medesimo: diventare reietti in vita, perchè in qualche misura scomodi e rivoluzionari, e solo post mortem essere accolti nella storia per una Grandezza finalmente pienamente riconosciuta, seppur tardivamente.

Questa è la storia di Mia Martini alla quale la Rai dedica il biopic “Io sono Mia” appassionatamente interpretato da Serena Rossi (che in occasione di Tale e quale show aveva già dato prova della capacità di immedesimazione e di interpretazione nei panni dell’artista di origini calabresi). Diretto da Riccardo Donna, scritto da Monica Rametta, prodotto da Eliseo Fiction (Luca Barbareschi) in collaborazione con Rai Fiction, con la consulenza di Loredana ed Olivia Berté, il film andrà in onda martedì 12 febbraio (stasera) in prima serata su Rai Uno.

E nel titolo “Io sono mia” è racchiusa l’anima, quella che il regista Riccardo Donna ha ammesso di voler raccontare in questo film, di un’artista che anche nei momenti più difficili e bui, in quelli peggiori, non si è arresa, non ha abdicato alla scelte sulla sua vita e sul suo percorso artistico di interprete e poi anche cantautrice, non ha venduto, nè tantomeno svenduto, la sua dignità e il valore che la musica incarnava nella sua esistenza. In quel “Io sono Mia” risuona, tardivo per gli altri, ma non certo per lei, la forza della sua identità così profondamente offesa e oltraggiata da maldicenze, perfidia ed ignoranza.

“Mia mi ha lasciato un esempio di dignità e di integrità, lei non si è mai piegata a compromessi. Non ho voluto imitarla: non sarebbe stato possibile e neanche giusto, sarebbe stato sterile e privo di anima. Ho provato a dedicarle un mio pezzo di cuore”, ha dichiarato Serena Rossi che, in occasione del recente festival di Sanremo, sul palco dell’Ariston ha duettato con il direttore artistico Claudio Baglioni l’intramontabile Almeno tu nell’universo. Un festival che anche quest’anno ha assegnato il premio della critica, istituito nel 1982 e che dal 1996 porta il suo nome. Fu Mia a vincerlo per la per prima con E non finisce mica il cielo, scritta da Ivano Fossato, all’epoca il suo compagno, proprio in quel 1982. Un riconoscimento che le fu tributato anche nel 1989 con Almeno tu nell’universo e nel 1990 con La nevicata del ’56. Quest’anno il premio Mia Martini è stato assegnato a Daniele Silvestri con Argentovivo. La messa in onda della fiction arriva quando ancora bruciano le polemiche per la recente edizione del festival canoro più importante di sempre e nell’ambito del quale la sorella di Mia, Loredana Bertè (nel biopic interpretata da Dajana Roncione), ha conquistato, con il brano Cosa ti aspetti da me, un quarto posto molto contestato dal pubblico che l’avrebbe voluta vedere sul podio. Tornando al film”Ci sono due personaggi, Renato Zero e Ivano Fossati – ha spiegato la sorella di Mia Martini – che non hanno voluto essere nominati. Mi spiace molto, ma non ha tolto nulla a questa meraviglia che è stata fatta. Mimì –  ha dichiarato ancora Loredana Bertè – sarebbe molto fiera di questo film, ne sono convinta”.

La vita di Mia Martini, cantante e cantautrice tra le più intense della storia musicale italiana e tra le più rappresentative del nostro paese anche all’estero, è stata profondamente intrisa di malinconia e sofferenza, dolcezza e rabbia, fortemente segnata da sopraffazioni familiari e coraggio, da dolore e bellezza. Una voce inconfondibile e potente declinatasi, con la stessa peculiarità timbrica, anche in inglese, francese, spagnolo, portoghese, tedesco e greco, e che rimane ancora oggi impareggiabile. “La Anna Magnani della canzone”, è stata definita da Dori Ghezzi, mentre Aldo Nove ha raccontato la sua storia nel libro “Mi chiamo…”, edito da Skira nel 2013.

Di origini calabresi, il suo percorso travagliato la porta lontano. Mia vive un’esistenza su un filo a tratti fragilissimo che ad un certo punto si spezza. Una passione per la musica e il canto contrastata dal padre particolarmente autoritario ma che ella comunque persegue e coltiva con ostinazione e determinazione, con il coraggio delle passioni autentiche che solo dal cuore muovono. Nata a Bagnara Calabra, dove un monumento ne onora la memoria e dove nel 1995 su impulso dell’amico regista Nino Romeo fu istituito un concorso canoro a lei intitolato (Premio Mia Martini), il suo corpo fu trovato esanime a Cardano Al Campo, in provincia di Varese nel maggio del 1995. Aveva 46 anni. L’ipotesi del suicidio è stata sempre fortemente smentita dalle sorelle Leda, Olivia e Loredana. Rimangono gli esiti di un’autopsia che certifica un arresto cardiaco per overdose di stupefacenti risalente a due giorni prima il ritrovamento, avvenuto il 12 maggio 1995. Il resto è un mistero che rimarrà tale. Il corpo fu cremato.

La sua carriera fu scandita da una lunga discografia (https://it.wikipedia.org/wiki/Discografia_di_Mia_Martini), segnata da un’altalena di celebrità e oblio, luci abbaglianti e inestricabili tenebre; un cammino intenso come la sua vita e doloroso come la sua morte.

Al secolo Domenica Rita Adriana Bertè, detta Mimì, sorella della celebre Loredana anche lei nata in Calabria lo stesso giorno di tre anni dopo, è lanciata giovanissima a soli 16 anni come Mimì Bertè dal produttore Carlo Alberto Rossi.L’infanzia e la giovinezza di Mia Martini tra i comuni marchigiani di Porto Recanati e Ancona sono già segnate dalla passione per la musica e il canto. Studia pianoforte e a 13 già si esibisce in alcune feste di paese e piccoli concorsi locali. A Milano nel 1962 conosce appunto il discografico Carlo Alberto Rossi, che la propone come ragazza yè-yè (corista per brani twist e pop) con il nome di Mimì Bertè. Ma non è quella la sua vocazione. Nel 1963 il suo primo 45 giri e nel 1964 la vittoria del Festival di Bellaria dove si consacra un talento emergente. Trasferitasi poi a Roma, conosce Renato Fiacchini (che poco dopo sarebbe diventato celebre con il nome di Renato Zero). L’amicizia tra Renato, Mia e la sorella Loredana è molto profonda. Seguono momenti particolarmente travagliati. Il richiamo della musica la salva, come sempre. Sceglie il jazz e con il trio di Totò Torquati conquista il pubblico del Titan di via della Meloria, del Piper di via Tagliamento. Arrivano lesti gli anni Settanta. La giovane Mimì, ispirandosi a Mia Farrow, sceglie il nome d’arte Mia Martini (la seconda parola del nome d’arte pare sia stata suggerita per la maggiore riconoscibilità all’estero). In quel nome “Mia”, in realtà c’è tutta la dolce forza che in lei esisteva e che tutto intorno rammentava il suo valore assoluto oltre ogni bassezza. Così Mia Martini procede nella sua incontrastata affermazione artistica. Sono anche gli anni in cui cominciano ad annidarsi voci e maldicenze che non si sarebbero placate.

Nel 1971 per la RCA Italiana esce il suo primo brano Padre davvero, registrato con il complesso La Macchina e già considerato spregiudicato e dissacrante per la tematica del conflitto generazionale tra padre e figlio che tratta. Gli anni Settanta la consacrano al successo. Nel 1974 vince il suo primo disco d’oro con un milione di dischi venduti (un altro sarebbe arrivato nel 1989). La critica la osanna e la pone sul podio italiano in Europa. Sono gli anni di Oltre la collina, Piccolo uomo, Donna sola, Minuetto (con cui vinse il Festivalbar nel 1973), Inno, Agapimu, Che vuoi che sia…, Libera, Per amarti. La popolarità non è solo italiana ma anche internazionale. I suoi dischi sono distribuiti in Spagna, Francia, Germania e Giappone. Nel 1977 rappresenta l’Italia al Festival mondiale della canzone popolare di Tokyo, e, con il brano Ritratto di Donna, è vincitrice assoluta; nel 1978 condivide il palcoscenico dell’Olympia di Parigi con Charles Aznavour. Il sodalizio artistico e sentimentale con Ivano Fossati segna per entrambi i cantautori un momento di grande intensità. Per Mia Ivano scrisse l’album “Danza” (1978) contenente la celebre canzone “La costruzione di un amore”, nel tempo cantata anche da altri artisti come lo stesso Ivano Fossati, Ornella Vanoni e Noemi, ma la cui prima interpretazione è e resterà quella di Mia. “La costruzione di un amore / spezza le vene delle mani / mescola il sangue col sudore / se te ne rimane. / La costruzione di un amore / non ripaga del dolore  è come un altare di sabbia / in riva al mare. /E intanto guardo questo amore / che si fa più vicino al cielo / come se dopo tanto amore / bastasse ancora il cielo”.

Si perde il conto dei successi e dei riconoscimenti, dei tributi televisivi e radiofonici, ma le maldicenze che la etichettavano come iettatrice e portatrice di sfortuna, a seguito di un incidente stradale d’auto in occasione del quale erano morti alcuni musicisti della sua band, ormai non le danno più tregua.Risuonano quelle parole con cui lei descrive la sua condizione di isolamento e pregiudizio quando si crede che porti sfortuna: ”La mia vita era diventata impossibile. Qualsiasi cosa facessi era destinata a non avere alcun riscontro e tutte le porte mi si chiudevano in faccia. C’era gente che aveva paura di me, che per esempio rifiutava di partecipare a manifestazioni nelle quali avrei dovuto esserci anch’io. Mi ricordo che un manager mi scongiurò di non partecipare a un festival, perché con me nessuna casa discografica avrebbe mandato i propri artisti. Eravamo ormai arrivati all’assurdo, per cui decisi di ritirarmi.”

Dopo il picco di emozioni, dunque, segue l’immersione nel silenzio da cui Mia Martini riemerge con un album da lei interamente scritto “Mimì”. E’ il 1981. Non molla comunque e l’anno dopo è la volta di Sanremo. Dopo il primo tentativo del 1972, con il brano Credo non ammesso, dieci anni dopo Mia approda all’Ariston con E non finisce mica il cielo, sempre firmato da Ivano Fossati. Per lei scrivono artisti del calibro di Claudio Baglioni, Lucio Battisti, Gianni Bella, Franco Califano (nella fiction interpretato da Edoardo Pesce), Riccardo Cocciante, Paolo Conte, Fabrizio De André, Francesco De Gregori, Mogol, Enrico Ruggeri che anche in sua memoria avrebbe scritto “Fango e Stelle”.

Dopo un periodo non facile, a consacrarla come voce indimenticabile anche Sanremo nel 1989 con Almeno tu nell’universo (scritta da Bruno Lauzi e Maurizio Fabrizio e divenuta nel tempo emblema della storia della musica italiana e negli anni interpretata anche da tantissimi artisti come Mina, Massimo Ranieri, Elisa, Fiordaliso, Fausto Leali e, nella versione inglese “Flame”, da Thelma Houston) e nel 1990 con La nevicata del ’56 scritta da Franco Califano (entrambe le interpretazioni le valsero ancora il premio della Critica che oggi è a lei intitolato). Negli anni successivi torna a Sanremo con Gli uomini non cambiano, Cu’ mmè con Roberto Murolo in lingua Napoletana.

Franco Califano, in una intervista realizzata, dopo la scomparsa di Mia Martini, racconta: “Nel ’90 scrissi  La nevicata del ‘56 e Mia se ne innamorò subito. Lo presentò al Festival di Sanremo ottenendo il premio della critica. La sua fu un’interpretazione perfetta, dolce e nostalgica. A pensarci ora, Minuetto e La nevicata del ‘56 scandiscono la vera nascita e la più matura rinascita di Mia Martini. La sua voce? Grandissima, viscerale, sempre capace di trasformare la quiete in rabbia per ridiventare, infine, nostalgicamente arrendevole”.

Sulla canzone che le valse il terzo premio della Critica, la stessa Mia Martini dichiara: “Sono profondamente onorata, e anche un pò commossa, di fronte a questi riconoscimenti. Sono ritornata di nuovo a Sanremo per presentare una canzone in cui credevo e che mi ha dato tanta soddisfazione. Tante persone mi hanno dimostrato stima e affetto. Avrei voluto come compagno, in occasione del festival, Charles Aznavour. La nevicata del ‘56 avrebbe acquistato un altro tono ma … non è dato agli artisti scegliere il loro partner straniero. In ogni caso, dopo anni difficili, ho riscoperto la gioia di vivere e di cantare”. Dunque il baratro, la solitudine e poi una rinascita sofferta in cui le ferite e le cicatrici hanno trovato la loro voce e intonato il loro canto.

Mia aveva 46 anni quando se n’è andata. Alle sue spalle ha lasciato una vita piena ma sofferta, sollecitata e a volte spogliata dal vento impetuoso dei successi e della popolarità e poi tramortita da quella brezza implacabile di solitudine e indifferenza che non lascia scampo. Anche la tempra più forte ha diritto ai suoi momenti di fragilità e disincanto, e quel sorriso lucente ad essere spezzato da lacrime brucianti; spesso questo diritto è negato e questi momenti si pagano cari tanto più si è preda facile della cattiveria, dell’ignoranza e della mediocrità, della violenza altrui. Nonostante tutto quanto eroso e consumato, la musica resta e trionfa (tanti gli album pubblicati postumi) a dispetto della miseria umana.  Restano la sua grandezza e il suo sorriso.

Ancora e sempre, grazie Mia per il tuo amore, per la tua passione, per la musica e la vita che hai regalato al mondo.

Leggi qui!

Reggio Calabria – “Liberi di Volare”, incontro al liceo Campus San Vincenzo De Paoli

Una platea entusiasta, composta e partecipata quella della prima tappa della carovana del progetto “Liberi …