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Reggio Calabria – A tu per tu con Vecchioni: “I giovani calabresi si risolleveranno”

di Grazia Candido (foto Aldo Antonio Fiorenza) – Nei suoi testi, nelle sue canzoni, nella sua vita, la musica e la letteratura, universi di riferimento imprescindibili si fondono in un lavoro certosino, introspettivo, intimo che il cantautore di Carate di Brianza, Roberto Vecchioni, porta in riva allo Stretto con il suo tour “La vita che si ama”, evento organizzato dal promoter Ruggero Pegna ed inserito nel progetto “Reggio live Fest”.

Il professore Vecchioni si racconta, svela episodi della sua vita che pochi conoscono, riflette sul tema “felicità e tempo” e da bravo padre ed insegnante, sprona “a non arrendersi, a lottare per vivere dignitosamente bene”.

Ritorna a Reggio Calabria e questa volta per parlarci della felicità. Cosa è per lei la felicità?

“La felicità è vivere, non c’è altra definizione. La felicità non è gioire, godere, saltare, vincere o cose del genere. La felicità è il pacchetto dell’esistenza e tutti devono sapere che dolori, gioie, mali si superano. La vita va avanti e il piacere di poter avere delle rivincite ci deve dare la forza per continuare la nostra battaglia verso la felicità. La vita poi è fatta anche di piccole cose. Non è che la felicità deve trionfare chissà dove, bastano piccole gioie giornaliere per renderci sereni, felici”.
In un periodo difficile per tutto il Paese e in particolar modo per il Mezzogiorno, cosa augura alla Calabria?
“Alla Calabria auguro tutto ciò che è possibile augurare. Ha dato storia a tutta l’Italia e ne ha ricevuta poco. Questo è il dramma, meriterebbe molto di più. La Calabria è un Paese grande, di grandi menti, di grande sensibilità, di spirito e deve combattere contro piaghe che non sono facili. Credo però, che i giovani calabresi abbiano la potenza e la forza per potersi risollevare”.
Qual è il suo rapporto con questa terra?
“Ho un rapporto bellissimo, perché è un rapporto antico: la Calabria è stata la prima parte dell’Italia occupata dai Greci, anzi il verbo occupare è una parola brutta, sono arrivati i Coloni greci e hanno inventato la cultura in Calabria e i calabresi sono tutti discendenti dei Dori, degli Achei quindi, hanno più punti rispetto al resto degli italiani. Mi piace tutta l’antichità, l’archeologia, tutta la storia che c’è qui dentro ma, naturalmente, anche la natura, i profumi, la forza di riprendersi della città, la bellezza dentro delle persone. Vengo con piacere in Calabria e ho sempre la speranza che le cose migliorino”.
I tempi si sono evoluti e con loro anche la musica. Oggi, ascoltiamo di rado quelle poesie scritte e cantate da veri cantautori. Cosa ne pensa?
“Nella musica d’autore c’è stato un cambiamento genetico perché oggi sono tutti rapper o tendenti ad altri stili, generi musicali. I cantautori storici o se ne sono andati o non lavorano più, siamo rimasti in pochissimi ma credo sia una tradizione culturale che va portata avanti comunque perché la poesia è musica. Sono rari questi esempi ma devono continuare, hanno una base nella storia antica pertanto non possono essere cancellati. La Calabria e la Sicilia hanno un bel serbatoio di musicisti, di cantautori che canta anche bene, purtroppo, per motivi geografici non hanno la fortuna di altre persone. Ma la musica d’autore non morirà mai”.
Qualche anno fa, è venuto a Reggio Calabria e si è confrontato con gli studenti del Liceo Classico spronandoli a studiare e a non abbandonare questa terra. Lo ridirebbe oggi?
“Certamente. Credo che il principio fondamentale di non abbandonare le proprie origini ma, soprattutto, la cultura della propria terra è fondamentale. Non si deve scappare da dove si è nati per andare alla ricerca di altro, bisogna difendere assolutamente la propria terra e lottare per essa. Poi è naturale, se non basta, se questa non ti permette di realizzare i tuoi sogni, la tua vita, la tua carriera, si va a lavorare altrove. Ma dovunque vai, devi tenere presente che sei calabrese e in qualunque posto calabrese resti sempre”.
Lei sui giovani crede tanto e ha sempre avuto un’attenzione particolare grazie alla sua attività di docente nei licei e nelle università.
“Ho tanta fiducia nei ragazzi, hanno bisogno di uno stimolo e poi si buttano a capofitto senza pensarci tanto. L’insegnante non deve dare solo nozioni. Insegnare è socratico: bisogna dare ai ragazzi gli strumenti per potersi ingegnare da soli. C’è una comunicazione scientifica, che serve nella pratica, ma poi c’è bisogno di una comunicazione evocativa, che è quella che serve per salvarci: l’arte, la poesia, la bellezza”.

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