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Reggio Calabria- La festa delle donne presso l’istituto “G.Panzera” di via S. Pietro

“Anche quest’anno, nel giorno della festa delle donne, ho sentito il dovere istituzionale e personale di recarmi in carcere a salutare le tante donne ristrette all’interno della sezione femminile dell’istituto “G.Panzera” di via S. Pietro.
Ed anche quest’anno ho potuto percepire il “senso di umanità” che il carcere suscita in chi lo visita, nonostante ed anzi forse proprio a causa della limitazione “estrema” della libertà personale.
In effetti, oggi in carcere le donne detenute, la gran parte madri e mogli, hanno vissuto un toccante momento di condivisione e di comunione partecipando tutte insieme alla celebrazione eucaristica voluta dalla Direzione dell’istituto penitenziario.
Un momento in cui le donne detenute hanno potuto confrontarsi sul senso di smarrimento e di impotenza che le accompagna durante la detenzione, in specie, in relazione alla complessa difficoltà di mantenere e salvaguardare le proprie relazioni familiari, genitoriali ed affettive.
“Si sa”, mi ha confessato una donna detenuta e madre, “che quando si è in carcere si perde l’identità, ma non dovrebbe essere così! Non bisogna perdere la sensibilità nei nostri confronti: siamo esseri umani”.
Anche quest’anno, quindi, la restituzione che ricevo da chi è recluso, ed in modo particolare dalle donne e madri che vivono questa totalizzante condizione di privazione, mi sprona a sensibilizzare con forza il “mondo di fuori”, il “mondo ufficiale”, sul delicato tema della reclusione e dei suoi effetti laceranti sulla persona umana.
Certo le pene devono essere comminate e scontate da parte di chi ha delinquito, e non bisogna mai perdere di vista la primaria attenzione che meritano le vittime del reato, tuttavia permane e non marginalmente il “senso di umanità” che la Costituzione sancisce in ordine all’esecuzione delle pene, e questo aspetto del cosiddetto “pianeta carcere”, non interroga soltanto gli operatori di diritto e penitenziari, ma la coscienza di ognuno di noi. Perché il carcere non è una società a parte, ma una parte della società. E la pena non è un indeterminato momento di esclusione dalla società, ma un processo di emenda, di recupero e di rinnovata inclusione nella società.
Ed in questo senso, un pensiero doveroso e sentito non può non essere non rivolto alle tante agenti di Polizia Penitenziaria che operano all’interno degli istituti penitenziari e dello stesso carcere di via S.Pietro e che, a detta di tutte le detenute, dimostrano una profonda e quotidiana sensibilità nei loro confronti.
Forse, l’essere donne e madri, indipendentemente dalla parte delle sbarre in cui ci si trovi, nel rispetto ovviamente delle rispettive funzioni e condizioni, rende meno insinuante e malevolo quel senso di perdita dell’identità reclusa di cui mi ha parlato oggi una donna detenuta.
E magari ci si apre alla speranza di recuperare un giorno la propria vita libera, i propri affetti, i figli lontani ed il bene che solo una mamma, in carcere o meno, porta sigillato nel suo cuore”.

Il GARANTE
Avv. Agostino Siviglia

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