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Minotauro, pentito ritratta accuse

‘Ndrangheta, Minotauro, pentito ritratta accuse: sono stato forzato

‘Ndrangheta a Torino, nel corso del processo Minotauro, pentito ritratta accuse. Si tratta dell’appello bis della maxi inchiesta sulle ‘ndrine in Piemonte

Choc al processo di ‘ndrangheta. Il pentito ritratta le accuse, il suo avvocato esce dall’aula, i difensori degli imputati non riescono a nascondere la soddisfazione. Succede a Torino durante l’ultima propaggine giudiziaria di Minotauro, maxi-inchiesta sulla presenza della criminalità organizzata calabrese nel Nord-Ovest. Quella che è in corso è la discussione dell’appello-bis. Rocco Marando, 48 anni, originario di Platì e componente di una famiglia che da decenni è insediata a Volpiano, nell’hinterland torinese, viene convocato su richiesta della procura. E porta il colpo di scena. Non solo non conferma le accuse, ma afferma di essere stato in qualche modo “forzato” dagli inquirenti a rendere tutte quelle dichiarazioni che hanno riempito, con il passare del tempo, decine di pagine di verbale. Il tutto davanti al procuratore generale, Francesco Saluzzo, che sta affiancando la pm Monica Abbatecola. Il legale di fiducia di Marando, l’avvocato Michele Polleri, rimane ad ascoltare per un po’, ma quando si sente chiamato in causa si toglie la toga, dismette il mandato e se ne va. Alla Corte non rimane che nominare un difensore d’ufficio. L’appello-bis si celebra per ordine della Cassazione, che il 12 maggio 2016, al termine di uno dei tronconi dell’inchiesta che nel 2011 aveva portato a 140 arresti, rese definitive 23 condanne ma stabilì che la posizione di sette imputati (uno dei quali è poi deceduto) andava riesaminata. Rocco Marando aveva testimoniato in primo grado nell’aula bunker delle Vallette, il 9 gennaio 2013: “Sono settimo di undici fratelli, otto maschi e tre femmine. Mio padre è stato ucciso, i miei fratelli Francesco e Pasquale anche. Sono stato affiliato nel 1989. Mi hanno chiesto cosa andavo cercando, ho risposto: onore e sangue”. Portò notizie su alcuni omicidi, svelò un retroscena inedito sul sequestro di Cesare Casella, dedicò un cenno – ma non molto di più – alla ‘ndrangheta che “si occupava di cercare i giudici giusti da corrompere”. A fine udienza prese la parola uno dei fratelli, Rosario, imputato e detenuto: “Rocco è un po’ malato. Ha dei seri problemi psicologici. Beve, è scomposto, maleducato. Io ce l’ho con lui, è vero, ma non per quello che ha detto ai magistrati: è per come ci ha sempre trattato. Sono tranquillo perché alla fine la verità verrà fuori”. La famiglia Marando, da Volpiano, è da tempo al centro delle attenzioni degli investigatori. I suoi componenti hanno sempre negato qualsiasi accusa. Bisognerà vedere, adesso, come la Corte accoglierà il dietrofront del pentito. “Noi – commenta l’avvocato Carlo Romeo, uno dei tanti difensori delle persone imputate in Minotauro – abbiamo sempre sostenuto che i due grandi collaboranti della procura di Torino, Rocco Marando e Rocco Varacalli, sono inattendibili. Valuteremo il da farsi”.

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