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Parte da Messina il tour nazionale dello spettacolo “Il Fetido Stagno”

L’avventura italiana dello spettacolo “Il Fetido Stagno” inizia domani 17 novembre alle ore 21,00 e in replica domenica 18 novembre alle ore 21,00 all’interno della stagione del Teatro dei Naviganti ai Magazzini del Sale di Messina.

Lo spettacolo, dopo il suo debutto nel mese di giugno scorso, come world première al San Diego International Fringe Festival in California e al Bi-National Festival di Tijuana in Messico ricevendo ottime recensioni dalla critica d’oltre oceano e applaudito dal pubblico americano, è pronto per calcare i palcoscenici di Messina, Palermo, Reggio Calabria e Roma.
L’opera è prodotta prodotto dal teatro della Girandola di Reggio Calabria – con la drammaturgia e la regia di Santo Nicito, in scena l’attore Lorenzo Praticò, con le musiche di Biagio Laponte, il disegno luci di Simone Casile, il trucco di Nadia Mastroieni, la fotografia di Giovanna Catalano e Marco Costantino.
L’idea dello spettacolo, nasce dall’icontro tra l’autore e Pasquale Neri che insieme a D. Foti hanno pubblicato un volume edito da AZ edizioni “IL FETIDO STAGNO. L’OSPEDALE PSICHIATRICO DI REGGIO CALABRIA E IL LIBRO BIANCO DEL VOLONTARIATO, dal quale lo spettacolo, trae solo il titolo.
La scrittura di Santo Nicito rende il testo totalmente inedito. Un lavoro di ricerca di documenti e di testimonianze degli ex volontari dell’associazione “Alba Nuova” che hanno lavorato per anni all’interno del manicomio di Reggio Calabria, durato quasi due anni. La messa in scena costringe l’attore Lorenzo Praticò ad una performance intensa dal punto di vista fisico, ma soprattutto da quello psicologico.
Il fetido stagno è una testimonianza, di coloro che sopravvivevano e sopravvivono ai margini della dignità, dalla quale traspare ancora oggi la sofferenza silenziosa tatuata su volti e su corpi sporchi. Racconta storie, la storia di tutti quegli “esseri” internati nei manicomi. Uomini, donne, ragazzi, persone che in passato, venivano etichettati pazzi ma in realtà erano solo diversi per il loro modo di vedere e vivere la vita. Ammassati insieme in edifici fatiscenti, senza riscaldamento, senza le più elementari precauzioni igieniche, schizofrenici, omosessuali, paranoici, psicotici, anziani arteriosclerotici, soggetti affetti da cecità e da paralisi totale, ex militari sofferenti di esaurimento nervoso. Tutti insieme, seminudi, parecchi catatonici, alcuni legati a brande arrugginite, da cui colavano urine e feci, in un ambiente maleodorante, intossicato dalla mancanza di umanità, dal silenzio reso insopportabili dal vociare o urlare di tanti. “Il mio corpo era nelle vostre mani, ma la mia anima mi appartiene. Se mi ucciderete, finalmente sarò libero, non morirò invano”. Così recita un verso di una poesia scritta nei primi anni ottanta da Guido, uno dei tanti che ha respirato gli orrori dell’Ospedale Psichiatrico di Reggio Calabria.
Note di Regia
“Dal silenzio, neppure urla”. Così il quotidiano Avvenire del 10 maggio 1988 titola un articolo dell’inviata Gabriella Pesenti sull’Ospedale psichiatrico di Reggio Calabria. Le prime parole fanno rabbrividire: “Non sembra, sono uomini: i volti e le immagini della follia di Stato”. A quasi quaranta anni dalla legge Basaglia, l’indegna realtà della condizione in cui sopravvivevano centinaia di uomini e donne all’interno del manicomio cittadino è ormai un ricordo. I riflettori sul quel posto dove la burocrazia e l’indifferenza hanno tenuti prigionieri nel “fetido stagno” centinaia di persone, si sono spenti. Ma le luci di altri riflettori restano accese in altre latitudini, dove la brutalità dell’uomo è ancora presente. La storia parte da una ricerca di documenti e interviste fatte a chi, da lavoratore o volontario, ha vissuto quegli anni e da alcuni scritti degli ospiti dell’ospedale psichiatrico di Reggio Calabria. Un attore in scena e un performer di musica elettronica racconto le loro storie. Nello spazio una vecchia branda, un gioco d’incastri in legno e una casseruola in metallo che raccoglie una goccia che cade da un tubo rotto dal soffitto. Una cantilena proveniente dal passato segna in modo chiaro il passato, il presente e il futuro. La scena si trasforma. La branda diventa letto, trincea, croce, sbarre. Ogni singolo gesto è costruito al contrario. Tutto parte dall’assenza di un corpo, di un pensiero di uno spazio nel quale l’attore annulla la recitazione per lasciare spazio a silenzi e a una gestualità autistica ricercata. Il lavoro sul corpo minuzioso è il centro di tutto. Le scene si susseguono, dando ogni volta nuova identità allo spazio, creando una fusione tra attore, branda, ombre e suoni, si disegnano schemi artistici che ricordano il caravaggismo. Il corpo viene sezionato da un piano luci millimetrico che fa trapelare porzioni di corpo dell’attore in scena una scelta drammaturgica voluta e cercata per la durata di tutto lo spettacolo. La musica elettronica viene costruita durante lo spettacolo. Ogni tessera, suono, partitura del corpo, testo, luci sono in equilibrio tra loro per raccontare un “non tempo” dove tutto rimane sospeso nella lentezza, tra il bianco e il nero. Dove loro aspettavano e altri ancora aspettano.

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