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‘Ndrangheta – Cosca Franco di Pellaro: scoperti i ruoli del locale reggino

Le indagini di “Antibes” coordinate dalla Dda di Reggio Calabria, che hanno condotto al fermo di 16 persone questa mattina a nel capoluogo reggino, hanno consentito di svelare la continuità ed assiduità dei rapporti tra i sodali, evidenziati dai numerosi contatti tra di loro, tutti ancora attuali, la materiale partecipazione alla gestione della latitanza del capo cosca, l’elaborazione e l’adozione di un linguaggio convenzionale unico e, infine, i luoghi comuni di incontro tra i partecipi, fra i quali quello del summit di cui si ha contezza dalle intercettazioni ambientali disposte nel corso delle indagini, hanno consentito alla Direzione Distrettuale Antimafia di acquisire solidi elementi indiziari idonei a suffragare la contestazione associativa. Tutto questo è stato illustrato ne corso della conferenza stampa svoltasi presso la Questura di Reggio Calabria alla presenza del Questore Grassi e del Procuratore Federico Cafiero De Raho.

L’insieme dei risultati acquisiti, ad esito delle prolungate indagini finalizzate alla cattura del latitante Giovanni Franco, hanno permesso ai Magistrati della Dda di Reggio Calabria di contestare agli indagati anche il delitto di associazione mafiosa per aver preso parte – con altri soggetti non individuati – alla‘ndrangheta, nella sua configurazione di organizzazione criminale unitaria operante sul territorio della provincia di Reggio Calabria, del territorio nazionale ed estero, costituita da molte decine di locali ed articolata in tre mandamenti (Tirrenica, Ionica e Reggio Calabria città) e con organo di vertice denominato “Provincia” e, più nello specifico, per aver fatto parte (con altre persone non ancora individuate) di una locale di ‘ndrangheta che opera prevalentemente nel Comune di Reggio Calabria, segnatamente nel territorio comprendente la frazione di Pellaro e zone limitrofe, allo scopo di commettere, tra gli altri, delitti contro il patrimonio (estorsioni) e favoreggiamento di latitanti.

I ruoli nel clan, Giovanni Franco, Natale Cozzupoli, Fortunato Pavone e Antonio Giuseppe Franco i capi

I pregnanti esiti investigativi, acquisiti dalle intercettazioni ambientali eseguite sulle autovetture dei principali fiancheggiatori del latitante, hanno consentito di delineare anche i ruoli specifici rivestiti dai componenti della locale di Pellaro.

Ed invero, Giovanni Franco, Natale Cozzupoli, Fortunato Pavone e Antonio Giuseppe Franco, erano i capi e promotori dell’organizzazione, con compiti di direzione, decisione, pianificazione e individuazione delle azioni e delle strategie della locale di Pellaro.

Il loro ruolo consisteva nell’impartire – talvolta nonostante lo stato di detenzione o di latitanza – le direttive agli altri associati; nel dirigere ed organizzare il sodalizio, proponendo ed assumendo le decisioni più rilevanti, comprese le scelte relative all’affiliazione di nuovi sodali; nel comminare e proporre sanzioni agli associati subordinati; nel decidere e partecipare ai riti di affiliazione; nel curare i rapporti con le altre articolazioni della ‘ndrangheta e nel dirimere i contrasti insorti all’interno e/o all’esterno della locale di cui erano esponenti di vertice.

I compiti degli altri sodali

Paolo Franco, Francesco Cozzupoli, Vincenzo Cicciù, Alfredo Dattola, Filippo Oliva ed Giuseppe Oliva erano dirigenti ed organizzatori del sodalizio, sicché ricevevano e attuavano le direttive impartite – anche dal carcere o dal luogo di latitanza – dai soggetti di vertice della locale di appartenenza (comprese le scelte relative all’affiliazione di nuovi sodali); dirigevano e organizzavano il sodalizio, proponendo sanzioni agli altri associati subordinati; impartivano loro ordini e disposizioni, pianificando e coordinando le scelte più rilevanti ai fini del mantenimento e del rafforzamento della locale (compresa – con riguardo a Paolo Franco – la gestione dello stato di latitanza all’estero del padre Giovanni Franco); curavano la “formazione” dei nuovi sodali affiliati (e di quelli prossimi all’affiliazione); decidevano, organizzavano e partecipavano ai riti di affiliazione alla ‘ndrangheta; curavano i rapporti con le altre articolazioni dell’associazione dirimendo – sulla base delle direttive ricevute ed in occasione di apposite riunioni ristrette – contrasti sorti all’interno e/o all’esterno del sodalizio.

Chi aiutava fattivamente Giovanni Franco nella latitanza

Cosmo Montalto, Nicola Domenico Dascola e Alessandro Pavone, in qualità di partecipi attivi del sodalizio, avevano il compito di assicurare le comunicazioni tra gli associati (anche se latitanti); di aiutare Giovanni Franco a sottrarsi, anche all’estero, all’esecuzione di un provvedimento giudiziario di carcerazione a pena definitiva ad anni 11 e mesi 4 di reclusione, inflitta per i reati di cui agli artt. 73 e 74 D.P.R. n. 309/90 con sentenza divenuta irrevocabile il 16.02.2012; di partecipare alle riunioni ed eseguire le direttive dei sodali aventi un ruolo di direzione ed organizzazione della locale di cui facevano parte, riconoscendo e rispettando le gerarchie e le regole interne al sodalizio; di partecipare attivamente ai riti di affiliazione alla ‘ndrangheta, mettendo al contempo a disposizione – Alessandro Pavone – l’immobile ove periodicamente si svolgevano i riti.

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