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    Omicidio brigadiere Marino – La Cassazione conferma la condanna per i mandanti

    di Angela Panzera – Giustizia è stata fatta. Dopo 25 anni i mandanti dell’omicidio del  brigadiere Antonio Marino hanno un nome e un volto. La Cassazione ha confermato al condanna disposta nel luglio dello scorso anno dai giudici della Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria. Sono diventati definitivi i 30 anni di carcere per Francesco Barbaro, classe 1927, e Antonio Papalia, classe 1954. La legge italiana quindi mette la parola “fine” su questo atroce delitto. Un omicidio che i giudici di secondo grado hanno affermato, senza alcun dubbio, essere di matrice mafiosa. Gli imputati però, sono stati condannati per il reato di omicidio senza aggravanti mafiose. Nonostante essa sia stata contestata, i giudici hanno dovuta escluderla poiché la norma è stata introdotta nel 1991, un anno dopo il delitto, e quindi non può essere applicata retroattivamente. Per anni in servizio alla stazione dei Carabinieri di Platì, il brigadiere Marino verrà ucciso la sera del 9 settembre del 1991 mentre erano in corso i festeggiamenti della festa in onore della Madonna a Bovalino. Nell’agguato verrà ferita anche sua moglie, Vittoria Rosetta Dama la quale si è costituita parte civile nel processo insieme ai due figli. La famiglia è stata assistita durante il lungo iter giudiziario dal legale Adriana Fiormonti insieme all’associazione “assovittime del dovere” presieduta da Giuseppe D’Anna. A dare input alle indagini sarà ,tra gli altri, il collaboratore di giustizia Antonino Cuzzola. L’uomo della cosca cosca Paviglianiti-Latella, riferirà nel 2005 agli inquirenti che la morte del Brigadiere è stata ordinata dal gotha delle cosche di Platì ed in particolare dai due imputati. Secondo la ricostruzione di Cuzzola, la decisione di uccidere Marino era maturata per motivi di risentimento dovuti alla condotta rigorosa che questi aveva portato avanti negli anni in cui aveva operato a Platì, e soprattutto proprio contro la cosca dei “Castanu”. «Il riscontro alla veridicità di questo narrato è fornito, involontariamente,- è riportato nella sentenza d’appello-  proprio dalla sfida che alle Istituzioni di Platì era stata lanciata con la telefonata fatta dal latitante Giuseppe Barbaro, classe 1956. È evidente che si tratta di una sfida di potere: quello mafioso ha sfidato quello dello Stato, nelle persone dei militari dell’Arma dei Carabinieri in servizio  a Platì. Proprio Barbaro, mentre era latitante, il 22 febbraio del 1988 aveva fatto minacce ai militari della stazione di Platì telefonando e dichiarando “sono Barbaro Giuseppe, u Castanu, u latitanti, ho saputo che da qualche tempo ve la state prendendo con la mia famiglia in merito ai sequestri di persona, la mia famiglia non c’entra. Cercate di rompere i coglioni alla gente che ha i palazzi e vi fa da confidente, se ha intenzione di rompere i coglioni  alla famiglia Barbaro faremo a braccio di ferro e si vedrà chi è il più forte”». Adesso però è la giustizia ad essere più forte: sono stati loro.