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Cosca Gallico, regge in Cassazione l’inchiesta della Dda

 di Angela Panzera. La cosca Gallico sepolta da decine di anni di carcere. Adesso le condanne, del troncone abbreviato, del maxi processo “Cosa Mia” sono definitive. Lo ha deciso ieri la sesta sezione della Corte di Cassazione che ha rigettato, ad eccezione di una posizione, tutti i ricorsi degli imputati condannati, il 16 dicembre del 2013 dalla Corte d’Appello di Reggio Calabria. Il collegio, presieduto da Bruno Finocchiaro, condannò Vincenzo Barone, Massimo Aricò, Pasquale Casadonte, Roberto Ficarra e Rosario Sgrò, a 6 anni di carcere. Per Italia Antonella Gallico furono disposti 8 anni, per Giulia Iannino 6 anni e 2 mesi di reclusione. Antonino Ficarra fu condannato a 9 anni, frutto però della continuazione tra due condanne. Tre anni e sei mesi inflitti a Domenico Gallico mentre già in Appello furano confermate in toto le pene disposte dal gup reggino per Rocco Carbone, condannato a 6 anni di carcere, per Alberto Cedro 9 mesi, per Vincenzo Gioffrè 6 anni e per Gaetano Giuseppe Santaiti condannato a 3 anni di reclusione. Il collegio dei difensori era composto fra gli altri dai legali Guido Contestabile, Armando Veneto, Giovanni Aricò, Giuseppe Milicia e Giuseppe Mazzotta. Accolto quindi solo il ricorso dell’avvocato Aricò, difensore di Antonio Dinaro che in Appello rimediò 10 anni e 4 mesi. Per Dinaro la Cassazione, pur confermando il reato tentata estorsione aggravata dall’aver agevolato la cosca Gallico, ha annullato con rinvio ad un’altra sezione della Corte d’Appello di Reggio Calabria, la sua posizione in merito all’accusa di associazione mafiosa. Durante la propria requisitoria ieri il sostituto procuratore generale ha chiesto alla Corte non solo di rigettare i ricorsi degli imputati, ma anche di accogliere il ricorso avanzato dalla Procura Generale reggina relativo alle assoluzioni disposte in secondo grado per Lucia Gallico, condannata dal gup a 8 anni e 6 mesi, per Maria Antonietta Gallico (8 anni e 4 mesi in primo grado) e Carmelo Sgrò (8 anni e 6 mesi in primo grado), questi ultimi due difesi dal legale Francesco Albanese. Il Palazzaccio però ha dichiarato inammissibile il ricorso avanzato dalla Procura Generale e adesso queste tre assoluzioni sono diventate definitive. Ma alla luce delle 13 condanne confermate dalla sentenza della Suprema Corte regge con grande successo l’inchiesta della Dda reggina. Nel 2010 la Squadra Mobile della Questura, insieme agli agenti del commissariato di Palmi, su coordinamento dei pm antimafia Giovanni Musarò e Roberto di Palma, spedirono in carcere boss e affiliati alla potente cosca Gallico di Palmi. Il processo “Cosa mia” scaturisce da un’operazione che andò a colpire i vertici dei clan Gallico-Morgante-Sgrò-Sciglitano di Palmi, e i Bruzzise-Parrello del “locale” di Barritteri e Seminara. Ma non solo. Svelato il meccanismo per cui le ‘ndrine della Piana imponevano la tangente del 3% sul capitolato d’appalto dei lavori della Salerno-Reggio Calabria. L’indagine, portata avanti con il coordinamento del procuratore aggiunto Michele Prestipino, svelò infatti un mondo fatto di tangenti per i lavori sulla A3, di omicidi di mafia, ma anche estorsioni e violenze nei confronti di chiunque si rapportasse con le cosche. Le ‘ndrine, dunque, avrebbero esteso i propri tentacoli sui lavori della A3, un controllo capillare con una chiara divisione della A3 in zone di competenza, con riferimento ai territori “amministrati” dalle varie cosche. Un controllo che si manifestava, soprattutto, con il pagamento, da parte del Contraente Generale (il Consorzio Scilla, formato da Impregilo S.p.a. e Condotte S.p.a.) di una cosiddetta “tassa di sicurezza”, sborsata per evitare problemi e versata ai rappresentanti della ‘ndrangheta, i quali a loro volta provvedevano a ripartire le quote ai vari rappresentanti delle ‘ndrine legittimate alla spartizione.

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