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Omicidio brigadiere Marino, il Pg Rizzo chiede 30 anni per i presunti ideatori

di Angela Panzera – Il sostituto procuratore generale, Fulvio Rizzo, ha chiesto la condanna a 30 anni di reclusione ciascuno nei confronti di Francesco Barbaro e Antonio Papalia, accusati di essere gli organizzatori del delitto perpetrato il 9 settembre del 1990 in cui perse la vita il brigadiere Antonio Marino. A distanza quindi di ben 24 anni ancora non si è riusciti a far luce su questa terribile vicenda che vide cadere sotto una pioggia di piombo un fedele servitore dello Stato. Il Brigadiere dei Carabinieri per cinque anni aveva guidato la Stazione di Platì e da lì aveva coordinato molte indagini sulle cosche operanti nella zona ed in particolare si era occupato di molti casi di sequestri di persona che in quegli anni rappresentavano una delle principali attività criminali della ‘ndrangheta contribuendo ad assicurare alla giustizia diversi boss e gregari. In seguito al matrimonio con una donna originaria di Bovalino, come la  regola dell’Arma vuole, fu trasferito sulla Piana di Gioia Tauro, precisamente a San Ferdinando. Il suo trasferimento però non servì a placare i “risentimenti” di chi per anni ha temuto il suo operato. La sera del 9 settembre del 1990 a Bovalino Superiore, in occasione dei festeggiamenti per l’Immacolata, il Brigadiere insieme alla moglie e al figlio stava assistendo ai consueti fuochi d’artificio di mezzanotte dinnanzi al bar gestito dai suoceri. È lì che il killer l’ha sorpreso e gli ha sparato addosso 10 colpi che ferirono anche i suoi familiari. Moglie e figlio non riportarono gravi conseguenze, mentre il brigadiere morì in ospedale dopo 15 giorni di agonia. Un delitto che nonostante la chiara matrice mafiosa non trovò subito i volti né dei mandanti né dell’esecutore materiale. Dopo 15 anni dall’omicidio, il pentito Antonino Cuzzola, inserito nella cosca Paviglianiti-Latella, riferirà agli inquirenti che la morte del Brigadiere è stata ordinata dal gotha delle cosche di Platì ed in particolare da Antonio Papalia, Giuseppe Barbaro (cl. 48), Francesco Barbaro e Giuseppe Barbaro (cl. 56). Secondo la ricostruzione di Cuzzola, la decisione di uccidere Marino era maturata per motivi di risentimento dovuti alla condotta rigorosa che questi aveva portato avanti negli anni in cui aveva operato a Platì, e soprattutto proprio contro la cosca dei “Castanu”. Le dichiarazioni del pentito però non furono sufficienti e sia in primo che in secondo grado gli indagati trovarono l’assoluzione fino a quando la Corte di Cassazione non annullò con rinvio la sentenza d’appello e dispose un nuovo processo di secondo grado, ma solo nei confronti di due imputati ossia Francesco Barbaro e Antonio Papalia. La sentenza della Corte d’Assise d’Appello reggina, Lucisano Presidente, è attesa per lunedì 16 giugno. Recentemente il sostituto procuratore generale Fulvio Rizzo è riuscito ad ottenere la riapertura dell’istruttoria dibattimentale ed in particolare sono state portate all’attenzione dei giudici le risultanze investigative relative all’operazione “Platino” condotta dalla Procura antimafia di Milano che ha svelato la penetrazione nel territorio lombardo della ‘ndrangheta ed in particolare della cosca Papalia, originaria di Platì e federata alla famiglia Barbaro. Nello specifico è stata depositata un’intercettazione in cui due soggetti in odor di ‘ndrangheta, Agostino Catanzariti e Michele Grillo, parlano di un delitto consumato nella Locride molto tempo fa e individuano specifiche responsabilità.  I due conversanti nella scorsa udienza sono stati chiamati a testimoniare e a dare spiegazioni su questo dialogo, ma alla Corte hanno sostanzialmente riferito che non erano a conoscenza degli esecutori dell’omicidio e che le loro erano soltanto “chiacchiere”. Sul banco dei testimoni  è salito anche un maggiore del ROS di Milano che in aula ho fornito i dettagli relativi all’ indagine “Platino”. Tra una settimana, quindi, si potrebbe posare un nuovo tassello importante per questo caso che impegna la scena giudiziaria reggina da moltissimi anni. Un omicidio nei cui confronti al momento non sono stati definiti i nomi e i volti di chi lo ha ordinato, di chi ha strappato  alla Calabria un fedele Carabiniere che per anni ha avuto come unico scopo quello di servire lo Stato.

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