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    Reggio, processo ”Meta”: svelate dinamiche criminali della città

    di Angela Panzera – Giornata storica per la giustizia reggina. La sentenza emessa oggi dal Tribunale di Reggio Calabria, presieduto da Silvana Grasso, arriva al termine di uno dei processi più importanti compiuti dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria che ha impegnato giudici, accusa e difesa per oltre tre anni. Alla sbarra infatti, c’è il gotha della ‘ndrangheta di Reggio Calabria e provincia. Non sono cognomi leggeri, come leggere non sono state le pene inflitte. Tutti condannati. Il lavoro compiuto dal pubblico ministero antimafia Giuseppe Lombardo ha portato i suoi frutti. Lombardo infatti, da anni indaga sulla ‘ndrangheta reggina e questa sentenza per il suo lavoro, e per tutto il suo ufficio, rappresenta sicuramente un punto importante per la riaffermazione della legalità sul territorio e anche una nuova chiave giuridica di lettura della storia di Reggio Calabria.
    La ‘ndrangheta a Reggio Calabria e il direttorio
    L’indagine “Meta”, nata per individuare e catturare l’allora super latitante Pasquale Condello, ha offerto un importante punto di vista relativo alle dinamiche criminali consumatesi in città ancora prima della seconda guerra di mafia che dal 1985 al 1991 vedrà cadere oltre 700 morti ammazzati. Con questa sentenza di primo grado quindi, è stato dimostrato come le principali cosche di Reggio Calabria, i De Stefano, i Tegano, i Condello e i Libri, si siano accordate e abbiano composto “ il direttorio”, con a capo Giuseppe De Stefano ossia il “capo Crimine”. Questo direttorio deciderà le infiltrazioni delle cosche nei vari appalti e soprattutto il giro delle estorsioni. Non è un caso infatti, che è proprio Giuseppe De Stefano a ricoprire questa carica. Sarà lui, secondo il pm, a dettare il “nuovo corso” della ‘ndrangheta reggina. Peppe De Stefano non è uno qualsiasi; è figlio di don Paolino, boss ucciso all’inizio della seconda guerra di mafia, e da lui “apprenderà” regole e codici, ma li proietterà verso il futuro e per realizzare questo obiettivo occorre che i dissidi finiscano. Scatta quindi la pace fra  i De Stefano, i Tegano, i Condello e i Libri e tutte le altre famiglie satelliti. Una pace necessaria per gestire Reggio Calabria. La nuova Reggio Calabria. Durante la propria requisitoria il pm infatti, porterà all’attenzione del Collegio tutta la storia criminale reggina  degli ultimi 50 anni. Iniziando dal primo conflitto mafioso, che vedrà uccisi i vecchi patriarchi come ‘Ntoni Macrì e Don Mico Tripodo, Lombardo incastrerà le risultanze investigative di quello che lui stesso ha definito “il nuovo che avanza”. “ È in quella guerra che la ‘ndrangheta cambia -dirà il pm in sede di requisitoria- e crea le basi per le relazioni esterne, che detta la linea per la propria evoluzione. Questa nuova ‘ndrangheta è una ‘ndrangheta finanziaria, in contatto con le banche. Si sono aggiunti altri interessi e quindi deve necessariamente cambiare il sistema”.
    I pentiti
    Tutti gli elementi raccolti dalla D.D.A e dai Carabinieri reggini hanno trovato riscontro anche attraverso le numerose dichiarazioni dei collaboratori di giustizia come Nino Fiume, Carlo Mesiano, Roberto Moio, Consolato Villani e anche il controverso pentito Nino Lo Giudice. Fiume spicca su tutti in merito alla cosca De Stefano. Già a partire dagli anni ’80, infatti, Fiume ha frequentato, giorno e notte, la casa dei De Stefano ad Archi, diventando amico di tutti i figli di don Paolino, e  fidanzandosi  con l’unica figlia di Paolo De Stefano, Giorgia. È lui ad illustrare in aula la carica di “Crimine”, cioè “colui che gestisce i soldi e le azioni criminose, riconosciuto da tutte le cosche”. Il “Crimine” infatti, è a capo di tutto per poter dirigere, ma anche “colui che controlla tutte le strategie che riguardano una determinata fetta di territorio, cioè tutto quello che può portare soldi a livello di organizzazione”. Il “Crimine” sarebbe andato dunque a Giuseppe De Stefano; “ il Supremo”, non ne aveva più bisogno. Fiume ha inoltre, riferito della mega “cupola reggina”: composta da  Pasquale e Giovanni Tegano, Pasquale Condello, e Giuseppe De Stefano. Da qui sarebbero partite tutte le decisioni criminali di Reggio e provincia. Villani e Moio parleranno anche dei nuovi assetti della ‘ndrangheta reggina. Villani fra i primi aveva descritto gli assetti di vertice delle cosche attive in città e nell’hinterland. Ha parlato dei “mammasantissima” e ne ha definito i ruoli soprattutto quelli riguardanti la potente cosca Condello. “Pasquale Condello aveva il gradino più alto in città- ha riferito in aula il pentito della famiglia Lo Giudice-; a fianco mettiamo Giovanni Tegano. Ma il capo indiscusso della ‘ndrangheta reggina, per la sua pericolosità, da quando è finita la guerra di mafia è sempre stato Pasquale Condello”. Roberto Moio ha invece, parlato della “Provincia”, quale territorio di ‘ndrangheta cittadina allargato rispetto ai singoli locali, e dichiarando che i capi-locale di Archi sono Giovanni Tegano, Pasquale Condello e Giuseppe De Stefano ognuno per le rispettive cosche.
    I colletti bianchi e gli “invisibili”
    A finire dietro le sbarre nel giugno del 2010 non sono stati soltanto nomi e cognomi già conosciuti agli inquirenti, ma anche una serie di “insospettabili”, quelli che in gergo vengono appunto chiamati  “colletti bianchi”: imprenditori, politici e soggetti in odor di massoneria che si sono messi a servizio delle cosche per trarne vantaggi personali, accrescendo così a dismisura il potere delle varie famiglie mafiose. E a godere di questa “vicinanza” sarebbero stati proprio i De Stefano, ma anche gli Alvaro e i Buda-Imerti. Alla luce di questa sentenza odierna, è già di quella di secondo grado pronunciata nell’ambito del troncone abbreviato dello stesso procediemento, la “zona grigia” è stata bene individuata e palesemente sanzionata. Ma non è finita qui. Lo ha detto più volte lo stesso pm Lombardo. “Questa indagine si chiama Meta, ma in realtà noi siamo alla metà della della meta.”. Qual è questa meta allora? Il pm Lombardo lo ha fatto più volte intendere. Mancano all’appello ancora una serie di soggetti, presumibilmente appartenenti alla “Reggio-bene”, ma anche alle lobby finanziarie ed economiche, definiti gli “invisibili”. Per questi soggetti “invisibili” lo stesso pm antimafia, in corso di istruttoria dibattimentale, modificherà, o meglio espliciterà, il capo  A della rubrica relativo al delitto di cui all’articolo 416 bis del codice penale. Questi “invisibili” quindi avrebbero, in concorso con le principali cosche reggine, fatto affari milionari e avrebbero contribuito a gestire tutte le attività illecite. Al momento però, non si sa nulla su nomi e cognomi. Quello che si sa oggi, con la sentenza emessa dal Tribunale reggino, è che le pene per questi gravi delitti sono pesanti e che le condanne sono più che visibili.