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Giovanni Alvaro su centrale Saline: “Il ‘no’ al carbone, un vecchio ritornello…”

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di Giovanni Alvaro –
Senza chiedere il permesso a nessuno sulla centrale a carbone abbiamo delle opinioni diverse. Noi vogliamo rappresentare gli interessi veri di questa terra. Abbiamo una idea diversa dello sviluppo per l’Area Grecanica”. Che a scrivere quanto sopra siano i rappresentanti di Associazioni e Comitati vari, schierati contro la centrale a carbone di Saline, è abbastanza chiaro, ma non si riesce a capire in quale anno abbiano redatto il comunicato contenete le suddette frasi, o da chi lo abbiano copiato. Il dubbio sul parto delle roboanti parole sulle idee diverse per lo sviluppo dell’area grecanica,  infatti, sorge spontaneo in chi, per la propria età, ha avuto modo di leggerle o sentirle declamare sistematicamente e sempre le stesse, come un vecchio ritornello a cui, aggiungiamo noi, nessuno crede più. Da 40 anni circola questa idea diversa dello sviluppo, e da 40 anni quest’idea è come un’araba fenice (che ci sia ognun lo dice, dove sia nessun lo sa).  E’ un ritornello ripetuto per giustificare i No ad ogni ipotesi di investimento.

Si iniziò quando, per bloccare la Liquichimica, si gridò il primo grande No, a quell’insediamento, esaltando le magnificenze della locale agricoltura, che, con l’insediamento, veniva distrutta. Senza alcuna vergogna si incensava la produzione di gelsomino che, se permetteva  l’arricchimento di qualche barone, non consentiva a centinaia di donne di considerare quell’attività ‘nobilitante’. Per pochissimi spiccioli si raccoglieva il fiore, uno ad uno, solo di notte. Esso veniva pagato a poche lire al chilo, e costringeva le raccoglitrici, alle 2 del mattino, per aumentare la quantità di fiore raccolto, a portarsi dietro i figlioletti anche inferiori ai 10 anni.

Anche allora si parlò di idee diverse per lo sviluppo e di vocazione turistica dell’area, e si brindò quando fu negata l’autorizzazione alla produzione delle bioproteine. Di quella esperienza rimase una enorme ciminiera, ferraglia che il tempo ha sempre più arrugginito, una cassa integrazione ‘infinita’ (che comunque alleviava i disagi dei 900 dipendenti), e un porto che conobbe qualche sprazzo di utilità ma solo per poco tempo. La gente e soprattutto i giovani continuarono ad ingrossare i flussi migratori verso il Nord Italia e il Nord Europa.

Si parlò successivamente di un termovalorizzatore che fu bloccato dalla solita ‘idea diversa dello sviluppo’, di un interesse cinese all’area ma che era anch’essa incompatibile con la vocazione turistica del territorio, della conversione degli impianti per altre produzioni ma bollate sempre come innesti non accettabili. Il No ha continuato ad essere il vero ed unico protagonista.

Oggi, e intanto sono passati ben 40 anni, e molti dei protagonisti odierni all’inizio della storia non erano ancora nati, viene proposto un insediamento, con danaro privato, che può diventare l’elemento che sprigiona processi irreversibili di reale sviluppo. Si dimenticano le ricadute sul territorio, le infrastrutturazioni conseguenti, l’indotto che viene stimolato e l’agibilità del porto, che va garantito dalla Società costruttrice dell’impianto. E si dimentica quanto potrà essere acquisito dalle popolazioni con un illuminato atteggiamento di confronto costruttivo.

Ma anch’esso viene bollato come nefasto per i brulli terreni circostanti, per il territorio che ha altre vocazioni, per uno sviluppo che viene atteso come si attende il Messia, ma che in realtà esiste solo nella testa di chi pur di bloccare l’investimento utilizza ogni categoria distruttiva. Si passa dal paragonare la centrale ai campi di sterminio di Auschwitz, alla diffusione terroristica di dati falsi sulla salute della gente, alla divulgazione di ogni nefandezza. E si minimizza la decisione degli esperti sulla positiva Valutazione di impatto ambientale.

Sorge spontaneo il dubbio che dietro tanto accanimento possano celarsi obiettivi di inconfessabili interessi. Il tempo sarà galantuomo e la verità verrà a galla.

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