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    Duisburg, testimone ha visto killer

    "Ho visto due uomini davanti al locale, avevano abiti scuri e uno di essi stava sbirciando dentro la pizzeria attraverso la vetrina. Era passata da poco l'1.30 di notte. Mi aveva sorpreso la forte illuminazione e la musica a tutto volume del ristorante, che di solito a quell'ora è chiuso".

    Tra i vari testimoni della strage di ferragosto a Duisburg, ce n'è uno, un meccanico di 32 anni, che ha raccontato al quotidiano locale questa scena. Stava con tre colleghi: "Quando ci siamo fermati per fare scendere uno di noi che abita da quelle parti, si sono ritirati nell'ombra della parete dell'edificio. Mi sono detto: strano, forse aspettano qualcuno da portare a casa. Che fanno lì? Solo la mattina seguente ho appreso ciò che era avvenuto e mi è venuto un brivido nella schiena".

    Ha sparato un piccolo commando, ma forse "i vari componenti delle famiglie del cartello Strangio-Nirta erano presenti sul posto", sospetta un investigatore, per partecipare almeno con gli occhi al ferragosto che segna, temono in molti, un punto di non ritorno. "Le segnalazioni arrivano – si limita a spiegare un portavoce della polizia tedesca – e non si riferiscono soltanto a una persona, bensì ad un gruppo relativamente ampio di individui". Individui bene informati e capaci di muoversi facilmente tra questi sobborghi di Dusseldorf, rifugio di non pochi latitanti.

    Dalle perquisizioni sinora è emerso soltanto un fucile, non denunciato, trovato nel retrobottega del ristorante di Sebastiano Strangio, ucciso con i suoi cinque amici. E alle perquisizioni nelle case delle vittime corrispondono altrettante perquisizioni anche a San Luca. E – a parte l'analisi delle telecamere, comprese quelle puntate sul traffico – cresce la speranza nei nuovi testimoni, che si continuano a bussare al "presidium", il commissariato, per raccontare qualche dettaglio sui killer, sulla limousine scura, sull'altra auto che, a quanto pare, era in appoggio all'azione. Per il momento, nessuno degli esperti in cosche ha dato un possibile nome all'unico identikit diffuso, quello dell'autista con la faccia da rockettaro: "Non pare della Locride", si sente dire.


    In questo scenario si comprende come e perché, oltre alla caccia su scala europea agli autori del massacro, contino sempre più le carte e i dossier: la "memoria storica" che non è andata persa, ma è stata raramente aggregata negli atti giudiziari contro le singole famiglie. Eppure, qualche atto torna di grande attualità. Come l'inchiesta dei carabinieri chiamata "Galassia", del '95, esemplare per la ricostruzione dei fatti anche grazie alle dichiarazioni di vari pentiti.

    Uno era Marino Mannoia di Cosa Nostra, che raccontò come già nella prima metà degli anni Ottanta la famiglia palermitana di corso dei Mille, dominata dal suocero Pietro Vernengo, si fosse appoggiata alle cosche ioniche della 'ndrangheta per impiantare due raffinerie di eroina e trafficare con la Germania. Ma l'altro era un tedesco, H. S., che raccontò di suoi connazionali affiliati alle 'ndrine. E, come ha ribadito a un giornale tedesco Giorgio Basile, un altro collaboratore di giustizia, "la zona della Ruhr è una roccaforte della 'ndrangheta, ma la polizia tedesca non ha mai voluto ammetterlo".

    Certo, che, a guardare le cose con un po' di disincanto, bisogna aggiungere, come spiega un magistrato, che "per i tedeschi non è stato semplice capire come funziona davvero. Anche per noi che siamo in prima linea da anni è difficile orientarci, perché a San Luca ci sono per esempio cinque famiglie Strangio e due famiglie Nirta, ma avere lo stesso cognome non significa stare dalla stessa parte delle canne dei bazooka". Ci sono i Nirta Versu e i Nirta Scalzone, gli Strangio Iancu e gli Strangio Barbaro, divisi perpendicolarmente come se fossero i Guelfi e Ghibellini della droga e della lupara.

    La collaborazione tra detective italiani e tedeschi quindi è continua e, a parte qualche frizione politica, sembra indispensabile per rendere più capillari i controlli, per cercare di capire al più presto anche dove sia finito Giuseppe Strangio, fratello e socio del Sebastiano ucciso. Ma a Duisbug c'è anche chi piange. Continua la processione popolare davanti al ristorante della morte. Portano bigliettini e lumini. I compagni di scuola di Tommaso Venturi hanno portato una sua foto e si consolano a vicenda: "Era simpatico, ma che c'entra con la mafia?". Alcune candele sono a forma di pugni affiancati e, secondo un sedicente esperto di crimini, rappresentano un chiaro simbolo di lutto della cosca. Qualcuno dovrebbe invece dirgli che le ha realizzate un bambino tedesco: "Significa – ha detto ai giornalisti – che di fronte a cose così gravi, finisce che ci si tiene tutto dentro". (www.repubblica.it)