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Al Pizi di Palmi riflessioni sull’8 marzo con Libera

Risulta sempre più urgente parlare di femminicidio e amore tra i giovani che accolgono e coltivano quel nobile sentimento di affetto che lega in un rapporto di fides due persone che condividono idee, pensieri, intenti.

Eppure, la cronaca nera ci scuote con notizie di situazioni in cui l’amore, primo seme per il genere umano, si trasforma in rabbia, odio e morte e, a farne le spese, sono spesso giovani donne.
Parlare agli studenti, a scuola, del “corretto amore”, di quel sentimento che unisce e non divide, che crea coesione e non distanze, sta diventando un bisogno sociale per riuscire ad arginare un fenomeno di cui si sente parlare sempre più. E, in occasione della giornata di Commemorazione dell’8 Marzo, l’Istituto d’Istruzione Superiore “N.Pizi” di Palmi ha offerto un intenso momento di riflessione sul tema “L’8 Marzo. Le donne ostaggio della ndrangheta”, legando strettamente il femminicidio alla ndrangheta, piaga del nostro territorio. “E’ una tematica forte, quella del femminicidio, ma proprio per questo bisogna trattarla nelle scuole e nelle famiglie per formare e sensibilizzare i giovani verso l’amore e non verso l’odio. Sentiamo parlare molto frequentemente di parità di genere, ma essa è ancora formale e non sostanziale perché diversi sono i modi in cui contro le donne viene esercitata la violenza: c’è quella fisica, spesso a sfondo sessuale, ma più sottile e perniciosa è quella psicologica. Bisogna, dunque, parlare di quelle donne che vengono seviziate e massacrate, perché solo con l’ascolto e la riflessione sul male che si perpetra a danno altrui si potrà pervenire al rispetto della figura femminile”. Così, la D.S., Prof.ssa Maria Domenica Mallamaci, presenta la tematica agli studenti del Pizi convenuti nel Salone della Sacra Famiglia a dibattere sulla parità di genere e sul femminicidio.
I relatori hanno sviluppato la tematica con numerosi esempi di donne schiavizzate in un amore forzato, traendo spunto da processi su fatti avvenuti in Calabria, in particolare nella provincia reggina. “I matrimoni sono stati sempre usati, nel passato, per esercitare il controllo sul territorio”: così esordisce il giornalista Arcangelo Badolati, descrivendo un fenomeno di antiche radici, oggi in calo, grazie alla presa di coscienza delle donne che, pur vivendo in ambiti mafiosi, riescono spesso a dire no a vessazioni paterne che vorrebbero piegarle ad amori non veri. Ma le donne negli ambiti della ndrangheta sono ostaggi anche culturalmente, come riferisce il Sostituto Procuratore della DDA di Reggio Calabria, Roberto Di Palma “e noi oggi siamo qui per parlare di quelle donne che ce l’hanno fatta, che hanno cambiato vita, che hanno preso le distanze da famiglie devianti che fomentavano l’odio e la morte. Proprio queste donne siano esempio per tutti noi che si può rialzare la testa e dire basta. Ognuno di noi può fare la propria parte, perché nulla è ineluttabile, ma tutto passa attraverso le nostre decisioni, spesso sofferte, che possono farci riacquistare la libertà. Non fatevi, quindi, privare della vostra libertà”. Con questa parenesi, Di Palma ha concluso la sua interessante relazione, scuotendo un po’ le coscienze. L’incontro, organizzato in collaborazione con l’Associazione “Libera” per il costituendo presidio “Rossella Casini” di Palmi, è proseguito con l’intervento di Don Ennio Stamile, Referente di Libera Calabria; soffermandosi sul valore della cultura che viene veicolata tra docenti e studenti nelle aule scolastiche dove si trascorrono gli anni più belli e formativi della vita, Don Ennio stupisce, per così dire, i giovani, asserendo che “se ciò che si studia non ci aiuta a liberare questa terra, non ha alcun senso studiare. Bisogna acquisire cultura per approfondire quel senso di libertà e giustizia che è il bisogno primario di ogni essere umano”. Con l’ammonizione, quasi, a non cadere mai vittime della rassegnazione, vizio che colpisce tanti adulti, resi “corresponsabili di eventi negativi”, Don Ennio ha rivolto l’attenzione sulla parola-chiave “responsabilità” che è quel termine che la società deve indossare per rispondere alla propria coscienza, che è quella di un’intera comunità in cui si vive: “Essere responsabili vuol dire difendere il proprio desiderio di libertà e giustizia”.
Con l’appello a credere nelle istituzioni, a rispettare l’ambiente, ad essere sensibili verso la natura, sviluppando appieno il senso civico, l’incontro si è avviato alla conclusione.
Moderatrice dell’evento è stata l’Avv.ssa Mimma Sprizzi che ha sapientemente collegato i singoli interventi e ha guidato gli studenti al dibattito.

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