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‘Ndrangheta a Nord Ovest: le dichiarazioni dei pentiti Marando e Varacalli che inchiodano Natale Trimboli

di Stefano Perri – Santista. Era questo il ruolo Natale Trimboli nella locale di Valpiano. Trimboli era uno che contava, a Torino e a Platì. Per il 46enne arrestato oggi dai carabinieri della stazione di Molochio, legami di sangue più che eccellenti. I suoi fratelli Saverio e Rocco, sono ritenuti esponenti di prestigio delle cosche dello jonio reggino, entrambi inseriti nell’elenco dei latitanti più pericolosi stilato dal Ministero dell’Interno ed arrestati rispettivamente nel febbraio 2010 e nell’aprile del 2012.

Natale Trimboli, ”un personaggio di primo piano delle famiglie di ‘ndrangheta impiantate in Piemonte” lo definisce il Comandante Provinciale dei Carabinieri di Reggio Calabria Lorenzo Falferi. Ad inchiodare Trimboli, ricercato dal 2010 ed anche lui inserito nell’elenco dei latitanti più pericolosi, le dichiarazioni dei pentiti Rocco Varacalli e Rocco Marando.

processo minotauro a torino
Una fase del processo ”Minotauro” a Torino

I due, sentiti nell’ambito dei processi ”Minotauro” e ”Maglio 3”, hanno ricostruito nelle loro dichiarazioni il sistema criminale gestito dalle ‘ndrine tra il Piemonte e la Liguria. Entrambi hanno dichiarato la loro appartenenza alla criminalità organizzata calabrese, rivelando di essere stati affiliati nel ”locale” di Natile di Careri, attivo a Torino, e nel locale di Volpiano, gestito appunto dal santista Natale Trimboli. Nelle dichiarazioni di Marando il legame, successivamente accertato dalle risultanze processuali, tra Natale Trimboli e il triplice omicidio dei fratelli Antonio e Antonino Stefanelli e di Franco Mancuso, avvenuto nel 1997. Un fatto di sangue che per gli uomini del clan di Volpiano è servito a vendicare l’uccisione del fratello di Marando, Francesco, ritrovato cadavere nel 1995 nei boschi di Chianocco, in val di Susa, riconosciuto solo grazie alle incisioni sull’anello nuziale.

Una vera e propria faida dunque tra le cosche del nord ovest, consumata a centinaia di chilometri dai piccoli centri aspromontani dai quali gli affiliati erano partiti anni prima, per costruire al nord la loro fortuna e ritrovatisi in poco tempo, a riproporre le stesse logiche malavitose che comandavano in Calabria.

Un’organizzazione, quella costruita dalle ‘ndrine sul territorio piemontese, che rispettava tutti i criteri cardine ordinati nella tradizione ‘ndranghetista. E’ proprio il pentito Marando a spiegarne le principali caratteristiche.

”La società – rivela il pentito – si occupa di risolvere i conflitti tra “famiglie”, di evitare che ci siano omicidi tra esponenti delle varie famiglie e di ripartire gli appalti. In particolare, quando vi è un appalto di opere edilizie da realizzare nella zona rientrante nel territorio della “società”, debbono “mangiare” le ditte che sono gestite da esponenti della medesima società. Se ad esempio vincesse lappalto una ditta estranea alla “società” verrebbe convinta dapprima con le buone ad andare a lavorare altrove, poi con le cattive e si può arrivare anche ad uccidere”.

Una logica assolutamente nota agli inquirenti, da sempre utilizzata dalle ‘ndrine in Calabria e da qualche decennio ormai usuale anche nelle locali del nord Italia.

”La ditta della “società” che si aggiudica un appalto – riferisce Marando –, poi ripartisce i vari lavori (elettrici, tubature etc.) ad altre ditte di persone che fanno parte della “onorata società”. Qualora una ditta gestita dalla società intenda effettuare un lavoro fuori territorio deve informare la società del posto ove lappalto viene realizzato e poi dare in corrispettivo qualcosa”.

A fianco agli appalti, nel racconto di Marando, c’è poi il business del traffico di stupefacenti, che per gli uomini del clan diventa un vero e proprio ”mestiere”. ”La ‘ndrangheta – spiega Marando – è una cosa  diversa dal traffico di droga: la ‘ndrangheta non ha come scopo il narcotraffico. La droga per noi è un “mestiere”, mentre la ‘ndrangheta è una famiglia che vuole ordine e che evita di aver problemi e fastidi con le Forze di polizia”.

Una ”famiglia”, per usare le parole di Marando, i cui componenti sono sempre pronti a darsi assistenza reciproca. Ad esempio nel caso della protezione dei latitanti. ”Mio suocero – racconta ancora Marando – tanti anni fa, ha ospitato Giuseppe Cataldo, il boss di Locri, nella sua abitazione a Platì; tale circostanza mi è stata riferita da mia moglie che allepoca era bambina. Mio fratello Pasqualino ha dato ospitalità in Platì a un latitante di Messina; ciò è avvenuto negli anni 1980-1981 e anchio ho portato tale persona a passeggiare in montagna. Poi, un altro ragazzo di Reggio Calabria, anche lui latitante, lo abbiamo ospitato tra il 1990 e il 1991 a Leinì”.

Assistenza che va estesa anche attraverso il sostentamento dei parenti dei soggetti arrestati. ”Quando un affiliato alla ‘ndrangheta – afferma Marando – ha dei problemi con la giustizia, gli altri associati devono aiutare la sua famiglia e devono pagare gli avvocati. Mio fratello Pasqualino lha fatto tante volte. Il mancato intervento in aiuto dei carcerati, talvolta, è causa di disguidi tra le famiglie”.

Il pentito Rocco Varacalli
Il pentito Rocco Varacalli

Regole. Regole ferree quelle della ‘ndrangheta. Descritte anche dall’altro pentito eccellente delle ‘ndrine del nord ovest Rocco Varacalli.

”Far parte della ‘ndrangheta – racconta Varacalli – vuol dire dare assistenza ai latitanti, ossia ad esempio dargli ospitalità; essere a disposizione notte e giorno della ‘ndrangheta, ossia ci si rende disponibili a fare qualsiasi cosa illecita per lassociazione, ad esempio rubare, uccidere, fare estorsioni. Non prendevo stipendi dallorganizzazione. La ‘ndrangheta è formalmente contraria alla gestione del traffico droga, ma poi tutti gli associati lavorano nel mondo del narcotraffico; in sostanza un associato della ‘ndrangheta può fare qualsiasi cosa, limportante è che non porti “tragedie, infamità e macchie donore”.

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