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Speciale migranti

Speciale migranti – Morte, paura e disperazione: il viaggio della speranza

di Clara Varano – Arrivano dall’Africa, dal Medio Oriente, qualcuno anche dall’Asia. Sono i volti senza nome degli immigrati che ogni giorno giungono sulle coste italiane, Calabria e Sicilia le destinazioni principali. A portarli a riva, nel corso degli ultimi sbarchi, le navi militari nell’ambito dell’operazione “Mare Nostrum”. Giunti sulla terra ferma, per loro inizia la procedura del riconoscimento attraverso la fotosegnalazione e l’archiviazione delle impronte digitali che fa la Questura della città in cui avviene la prima accoglienza.

Il fenomeno dell’immigrazione che sta vivendo in questo momento il nostro Paese è principalmente legato alla richiesta di asilo. Ogni immigrato che intenda ottenere la protezione internazionale deve farne formale richiesta durante l’identificazione in Questura. A questo punto viene loro rilasciato un ticket identificativo, dove sono indicati il nome, fornito da loro, la data di nascita e la nazionalità. La procedura per ottenere lo status di rifugiato è rigida e passa attraverso i Centri di accoglienza per richiedenti asilo, i cosiddetti Cara. In Calabria c’è uno dei Cara più grandi d’Europa, ad Isola Capo Rizzuto, in provincia di Crotone. Qui vengono spediti i modelli di richiesta compilati dalla Questura. Solo in quel momento inizia la procedura per ottenere lo status di rifugiato.
Dalla città in cui sbarcano, gli immigrati vengono destinati prima nei centri di primo soccorso e poi o al Cara oppure nei comuni in cui è attivo lo Sprar, il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, istituito dal Ministero dell’Interno e gestito dall’Associazione nazionale Comuni italiani.

In Calabria ci sono diversi progetti Sprar. Uno di questi è nel comune di Isca sullo Ionio. Un centro con poco più di mille abitanti dove vivono 23 giovani richiedenti asilo. Sono tutti uomini poco più che maggiorenni, in attesa del permesso di soggiorno temporaneo per poter vivere liberamente in Italia. Negli Sprar calabresi, arrivano anche immigrati provenienti da altre regioni, mandati in Calabria per sovraffollamento. Con gli ospiti dello Sprar di Isca è possibile parlare grazie all’aiuto della mediatrice linguistica, Ines La Croce, e all’operatore sociale Domenico Mongiardo che li sostengono nell’integrazione. “Uno degli obiettivi principali dello Sprar – spiega Ines La Croce – è appunto far in modo che i ragazzi riescano a sentirsi parte integrante del tessuto sociale e questo avviene principalmente con l’apprendimento della lingua italiana”.

La conoscenza dell’italiano, infatti, è uno dei requisiti per ottenere il permesso di soggiorno temporaneo e le pareti dello Sprar tappezzate da cartelloni con regole grammaticali ne è la prova. “Quando ciascuno di loro – prosegue la mediatrice – verrà ascoltato dalla Commissione per il riconoscimento della protezione, dovrà avere almeno i rudimenti della nostra lingua”. In ogni Sprar durante la settimana si dedicano all’italiano dieci ore di studio. “Molti di loro – conclude Ines La Croce – sono ostili all’apprendimento. Questo perché sono anglofoni e credono, a ragion veduta, che la loro lingua sia universale. Il nostro lavoro iniziale, quindi, è quello di spiegare loro che è vero che l’inglese si parla in tutto il mondo, ma loro si trovano in Italia, la nazione europea dove l’inglese è meno conosciuto, e in Calabria, la regione italiana con meno propensione alle lingue straniere in genere. Superato questo ostacolo si impegnano”.

La vita nello Sprar è sottoposta a regole rigide. I ragazzi possono uscire, ma hanno l’obbligo di rientrare la sera, e cercano di potenziare le attitudini professionali di cui sono già in possesso. “Qui, appena siamo arrivati – raccontano – abbiamo immediatamente stabilito i turni per le pulizie. Stiamo bene e in paese abbiamo fatto amicizia con i ragazzini del posto. Con loro giochiamo a calcio nello spiazzo davanti al centro”. L’ambizione maggiormente diffusa è quella di iniziare a lavorare e restare in Calabria. Qualcuno, come Sekou, vuole studiare e laurearsi, perché nel loro Paese non è stato possibile. Nessuno di loro, però, è scolarizzato e l’iter in questi casi potrebbe richiedere anni. Non hanno molta voglia di raccontare le loro storie e non si fanno fotografare se non di spalle per paura di ritorsioni al loro Paese nei confronti dei familiari. Raccontano del viaggio e della paura di morire. “Noi – dicono – non rischieremmo mai la nostra vita se nella nostra terra non si stesse così male da pensare ‘ok, tanto vale rischiare di morire’!”. I ragazzi dello Sprar di Isca, vogliono lavorare. Qualunque sia l’occupazione e qualunque sia la paga. Vendemmia, raccolta delle olive. “Domani dove si va a lavorare?” domandano ogni giorno. L’obiettivo è raggranellare qualche decina di euro per inviarle alla loro famiglia rimasta in Africa o in Asia.

Per affrontare il colloquio con la Commissione, tutti gli immigrati, richiedenti lo status di profugo, devono raccontare la loro storia e si preparano incontrando gli avvocati dello Sprar. Lo Sprar di Isca sullo Ionio è uno dei tanti in regione gestiti dalla cooperativa “Promidea”. Il direttore generale, Pietro Caroleo, ci racconta tutte le difficoltà che gli immigrati affrontano giunti in Calabria. “Lo Sprar è pensato per l’ospitalità diffusa con l’obiettivo principale di far riacquistare autonomia agli immigrati”.

In base a come va l’audizione in Commissione, gli immigrati possono ottenere diversi livelli di protezione oppure il diniego. “Questo – spiega Caroleo – significherebbe l’immediato rientro nella nazione di provenienza”. Il livello più alto di protezione è quello di “Status”. In questo caso la persona esaminata riesce a dimostrare che per lei esiste un incombente pericolo di vita qualora dovesse rientrare nel suo Paese, rischio legato a motivi di guerra, di religione o politici, ma anche a preferenze sessuali. “Questo status – continua il direttore di Promidea – li paragona a cittadini italiani. Poi c’è una forma più lieve di protezione che è quella ‘Sussidiaria’. In questo caso il pericolo non è sulla persona ma su una categoria di persone di cui si fa parte. Lo ‘status’ e la ‘sussidiaria’ hanno una durata di 5 anni. Poi vi è il ‘Riconoscimento umanitario’, che esiste solo in Italia e che non si basa sulla persecuzione tout court, ma su una condizione di disagio del richiedente. A loro viene dato un permesso per un anno. Se trovano lavoro possono rimanere e diventare migranti economici”. Il livello di protezione dipende molto dal Paese di provenienza. “E’ difficile – conclude Caroleo – che chi viene dalla Somalia, dall’Eritrea o dalla Siria, ad esempio, non ottenga livelli di protezione. Per gli altri cerchiamo di capire se hanno delle prove che avvalorino la storia. Ad esempio se hanno fatto parte di un partito politico, che è diventato fuori legge, verifichiamo l’esistenza e chiediamo se sono in possesso di documenti che lo provino. Se mostrano cicatrici, li facciamo visitare dalla medicina legale per far refertare che quel tipo di cicatrice può essere procurata solo con violenze”.

Non tutti gli immigrati vogliono, però, ottenere lo status di rifugiato in Italia. Per questo motivo alcune comunità fanno di tutto per non farsi fotosegnalare. La normativa comunitaria, infatti, prevede che i migranti devono svolgere tutto l’iter di richiedente asilo nel Paese in cui vengono fotosegnalati. Per questo molti evitano la fotosegnalazione della Questura. Il perché ce lo spiega George, un eritreo che per il momento “risiede” a Reggio Calabria, ma che vuole raggiungere la Germania. “George non è il mio vero nome. Non voglio sia divulgato perché metterei a rischio parte della mia famiglia che è ancora in Eritrea”. Tutti gli chiedono come mai è fuggito dal suo Paese e lui risponde: “Sono fuggito per lo stesso motivo per cui fuggono tutti. La paura di morire. Per me restare o partire per una terra come l’Italia ha la stessa percentuale di rischio. Unica differenza è la speranza, la libertà. Rischio di morire in patria e rischio di morire su uno di quei sudici barconi, ma su quel barcone si respira la speranza per sé e per tutte le migliaia di famiglie rimaste in Africa. Io sono qui anche per loro. Sono stato scelto tra tutti i miei fratelli perché il più piccolo e sano e una volta in Europa, lavorando posso consentire loro di raggiungermi. In Eritrea tutti facciamo il militare, è obbligatorio, solo che può non finire mai. Per questo sono scappato per evitare il militare. Facevo parte di un movimento politico segreto. Lì i partiti non sono autorizzati e i miei, appena hanno potuto, mi hanno spedito lontano”. E non ci sono ripercussioni sui tuoi genitori? “Sì, possono perdere tutto…”, non vuole aggiungere altro. Domandiamo del viaggio. “Il viaggio dura mesi ed è rischioso. Per tutti la destinazione è la Libia, quindi dobbiamo attraversare altri Stati per arrivarci. In Libia prima di partire si può rimanere anche anni ed è pericoloso viverci. Ti sparano addosso come niente. Quando sono arrivato sono riuscito anche a trovare un lavoro. Dovevo racimolare i soldi per partire. Poi c’è stata la guerra. Prima anche se con il massimo arbitrio, se lavoravamo senza creare problemi guadagnavamo qualcosa. Dopo, tutto è cambiato. Oggi la discriminazione nei nostri confronti è massima e le condizioni in cui stiamo sono davvero incredibili. Ho visto morire i miei connazionali e sono stato tenuto segregato da quelli a cui avevo chiesto di partire. Solo quando ho pagato sono stato portato sulla spiaggia per prendere la barca. Ci fanno partire di notte perché al buio le autorità non vedono e noi non ci rendiamo conto di quello che ci aspetta. Ci dicono che il viaggio dura qualche ora e invece stiamo giorni su quella barca marcia, tutti ammassati con il terrore che possa imbarcare acqua. I viaggi in genere coinvolgono più barche, mentre attraversavamo due barche che viaggiavano con noi si sono rovesciate e i miei amici che erano a bordo sono morti, tutti. La mia barca, poi, al largo si è fermata ed alcuni passeggeri sono saliti su un’altra nave. Venduti come schiavi. Conosco storie di barche spaccate in due i cui passeggeri sono rimasti senza acqua e cibo fino a quando qualcuno non li ha soccorsi. Ora sto aspettando che mi arrivino i soldi, io non ne ho. Tutti spesi per pagare il viaggio, migliaia di dollari. Poi prendo il treno e vado via, fuori dall’Italia. Lì le cose funzionano meglio”.

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