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    Reggio Calabria, svolta l’iniziativa “Ferragosto in carcere” ad Arghillà

    Si è svolta la visita in carcere all’istituto di Arghillà nell’ambito della iniziativa “Ferragosto in carcere” promossa dal Partito Radicale e dall’Osservatorio Carcere dell’Unione delle Camere Penali Italiane.
    La delegazione, guidata dall’Avv. Gianpaolo Catanzariti, responsabile nazionale Osservatorio Carcere UCPI, composta dagli Avv.ti Paolo Tommasini (Cons. Camera Penale RC), Katia Siclari (ref. terr. Osservatorio carcere RC), Elisabetta Spanò e Carmen Pezzimenti (Comm carcere Camera Penale RC), e dallo psicologo Santo Cambareri (Partito Radicale), ha avuto modo di toccare con mano le criticità dell’intera struttura reggina, che, in origine, avrebbe dovuto rappresentare il fiore all’occhiello della reclusione calabrese. Lo rende noto Gianpaolo Catanzariti, Resp. Osservatorio Carcere UCPI.

    “La visita si è svolta, per oltre cinque ore, alla presenza del direttore, dott. Calogero Tessitore, del Vice Comandante di Polizia Penitenziaria, Iolanda Mercurio, e del funzionario area pedagogica, il dott. Lorenzo Federico.

    Alle deficienze strutturali orginarie che hanno fatto di Arghillà il simbolo della fallimentare politica penitenziaria praticata negli anni, inaugurata – dopo 25 anni dalla posa della prima pietra – in pompa magna dall’allora ministro Cancellieri nonostante l’assenza, fra le altre, di un campo da calcio, di un teatro e di una cappella, si è aggiunto l’aumento esponenziale della popolazione detentiva senza un corrispondente aumento del personale operante e senza un servizio sanitario all’altezza delle gravità riscontrate.
    Con una capienza regolamentare di 302 posti e 89 “camere di pernottamento”, Arghillà ha in carico 365 detenuti (di cui 53 in Alta Sicurezza, 213 definitivi e 93 in attesa di primo giudizio, 51 stranieri, ma nessun mediatore culturale). Sono 64, di cui tre all’esterno, coloro che svolgono attività lavorativa. Pochissimi per una struttura che avrebbe dovuto rappresentare un modello di reclusione al Sud Italia.
    La maggior parte delle celle ospita tra 7 ed 8 detenuti su letti posti sistematicamente l’uno sull’altro sino al terzo livello. Una condizione intollerabile che calpesta la dignità umana di chi è costretto a scontare una pena detentiva, condividendo un unico bagno senza bidet, attendendo il proprio turno per i bisogni fisiologici o per potersi sciacquare, quando l’acqua, dopo ore di assenza, esce improvvisamente dai rubinetti.
    La maggior parte dei bagni presenta pareti invase dalla muffa che ammorba l’aria irrespirabile sotto il telefono della doccia.
    Lo spazio disponibile non rispetta gli standard previsti dal Ministero in nessuna delle celle, da 6, da 7 o da 8 persone.
    Il personale di polizia penitenziaria, con 112 effettivi su una pianta organica di 160, è costretto ad usufruire di una caserma, posta all’interno della struttura, in condizioni di degrado assoluto, con stanze e bagni che sembrano “luoghi della memoria” del secondo dopoguerra.
    Sette sono gli educatori ed uno è lo psicologo presente una volta a settimana, oltre ad un esperto ad ore, nonostante numerosi siano i detenuti problematici e l’ultimo suicidio di pochi giorni addietro.
    Assurda è, poi, l’area sanitaria con un’assistenza infermieristica garantita dalle 7 alle 22, confidando, così, nella benevolenza della notte!
    Circa 20 sono i detenuti che presentano disturbi di natura psichiatrica, mentre 43 sono in carico al SERT per le tossicodipendenze.
    Nonostante vi siano strumenti e gabinetti medici attrezzati, le prestazioni specialistiche, per ragioni tutte interne all’azienda sanitaria provinciale, sono estremamente dilatate nel tempo.
    Nei mesi scorsi vi erano oltre 390 prestazioni specialistiche richieste ed ancora inevase, affidando il detenuto alla buona sorte o al ricovero ospedaliero d’urgenza.
    La salute in carcere ad Arghillà sembra paragonabile alla ruota della fortuna che si gioca in locali neppure presi in carico formalmente dall’ASP.
    Il personale penitenziario ha messo in piedi una equipe multidisciplinare che si occupa, da subito, dei nuovi giunti, anche per prevenire e monitorare situazioni irreversibili.
    L’area trattamentale si sforza, con sacrificio, di offrire una offerta formativa e laboratoriale adeguata alle numerose presenze detentive con corsi scolastici, di base e di grado superiore (per media ed alta sicurezza), che, però, non vengono garantiti ai 33 detenuti ristretti nella sezione c.d. protetti (sex offender), ed attività culturali e artistiche (canto, cineforum, biblioteca, yoga, catechesi).
    Manca, però, l’apporto esterno al carcere che, in Calabria, è davvero inesistente.
    Alcuni detenuti di Alta sicurezza, con pene lunghe da espiare, trasferiti ad Arghillà per il sovraffollamento delle sedi di assegnazione, trascorrono le loro giornate senza alcuna attività specifica.
    Girare nei corridoi di Arghillà, entrare dentro le celle sovraffollate, è come un pugno sordo sullo stomaco. Ti rendi conto della condizione disperata ed intollerabile dei 365 detenuti, che ti ringraziano comunque per essere “i soli che venite a trovarci”, che allungano una mano e che afferri, senza più parole, per ritrovare l’umanità smarrita, da tempo, nei luoghi in cui si esercita l’autorità dello Stato.
    E quando un settancinquenne si avvicina con uno schizzo su carta che raffigura dei corpi umani rinchiusi in una scatoletta di carne, ti accorgi che, alla fine, sottrarre alle tue ferie alcune giornate per il “Ferragosto in carcere” ne è valsa davvero la pena per crescere umanamente e professionalmente e soprattutto per non “marcire dentro”.
    Più volte abbiamo denunciato le condizioni in cui si trova la struttura di Arghillà che offende la dignità dei detenuti e quella dei “detenenti” al punto che un agente si lascia scappare una frase “Avvocato, dovete fare le visite fuori da qui, perché è là che c’è necessità di recuperare un po’ di umanità”
    Il giorno dell’inaugurazione (2013) di Arghillà l’allora provveditore regionale così dichiarò:
    “L’apertura rientra in un progetto del Governo che riguarda altri istituti calabresi e che punta a raggiungere condizioni adeguate e coerenti con le indicazioni della Corte Europea, con i principi della nostra Costituzione e delle nostre leggi, nel rispetto delle quali va l’impegno del personale che spende la propria vita per garantire la presenza dello Stato ed il rispetto delle condizioni di vita del detenuto. Il nuovo carcere è un presidio di legalità concreto che sorge in un territorio particolarmente segnato dalla criminalità. La presenza dell’istituto segna la scelta di affermare la legalità, ha un’importanza simbolica. Rappresenta la vittoria dello Stato, resa ancora più significativa dall’intitolazione della strada alla memoria del giudice Antonino Scopelliti.
    Una intitolazione che forse il magistrato avrebbe proprio rifiutato”.