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Direttiva Europea sul Diritto d’Autore non può influire sulla qualità degli autori

di Isidoro Pennisi – L’approvazione nel Parlamento Europeo di una normativa che regola il Diritto d’Autore dentro il magma dei contenuti espressi sui mezzi di comunicazione di massa on line, ha il difetto dell’ingenuità, di fronte ai reali problemi autorali e di contenuti in cui la dimensione è di miliardi di autori diffusi. La discussione sull’affidabilità e la correttezza della comunicazione diffusa dalle nuove piattaforme appare del tutto strumentale alle difficoltà, mai riscontrate in passato, che le classi dirigenti incontrano nel far accettare le spiegazioni che del mondo esse danno.

Non è un problema nuovo quello della responsabilità di chi informa e forma il cittadino, giornalisticamente o didatticamente, sullo stato reale della città, o le eventuali strumentalizzazioni, le omissioni, le menzogne, che possono essere impiantate in un articolo di giornale, in una trasmissione televisiva e, oggi, in un post, per descrivere qualche cosa di diverso da una realtà dei fatti. La demagogia, durante le assemblee ad Atene, era una cosa molto temuta. Era una forma sottile, usata dalla retorica, per manipolare volontariamente l’opinione della città. Socrate fu mandato a morte per via di ciò che oggi è definita una “bufala” o una “post verità”. Questo problema, però, non mise paura a quelli che stilarono la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo che, all’articolo diciannove, confeziona uno scenario lungimirante, includendo anche ciò che a quel tempo non era prevedibile: “Ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione (…) di non essere molestato per la propria opinione (…) di cercare, ricevere, diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.” Il problema dei nuovi mezzi di comunicazione e informazione è che ogni persona che vi partecipa con i propri contenuti, è convinta, dentro il circolo in fondo ristretto dove circola (che a lei o lui però sembra il mondo) che le sue cose siano realmente lette e che, di conseguenza, siano prese in considerazione.

Questo accade soprattutto per la maggioranza degli utenti che avendo una vita pubblica inesistente o modesta, trovano nei mezzi di comunicazione aperti e di massa un luogo dove s’illudono di contare qualche cosa e dove, da un certo punto in poi, entrano nella convinzione che gli altri parlino di lei o lui a ogni riga, commento e immagine osservata. Siamo sempre alla nota e profetica affermazione di Pasolini: “il problema della libertà è che quelli la posseggono non sanno cosa farsene”. In questo senso non trovo nulla di male se una buona parte dei miliardi di post composti da anonimi personaggi, siano una catasta di contenuti senza contenuto: filmati pseudo satirici, oroscopi originali, approfondimenti etimologici di nomi e cognomi, il tutto condito da quell’invenzione geniale di riassumere concetti elementari, ma da articolare, in icone: facce sceme, cuori, baci, e via dicendo. Non trovo nulla di male se su questi banali contenuti, o su quelli più seri, sempre tratti e rilanciati dall’attualità, poi ci si esercita in commenti o punti di vista anche quando sino a quell’istante si disconosceva l’argomento.  Esempio classico è stato l’evento del crollo del ponte sull’autostrada a Genova, dove difficilmente a qualcuno non sia venuto in mente di sapere o suggerire qualche cosa. Esiste poi una minoranza di utenti che usano questi strumenti in maniera diversa. Una percentuale modesta ma dirimente nell’economia dell’informazione, estende la lotta politica e culturale dai luoghi deputati dentro le pagine astratte e volatili di questi strumenti di comunicazione.

Un’altra, e non so quanto consistente, usa con ovvia naturalezza questi nuovi strumenti di comunicazione per avere un luogo tecnicamente interattivo dove sviluppare ragionamenti, pensieri, prodotti del loro fare, dove confluiscono, ovviamente, fatti oggettivi e stati d’animo temporanei o costanti. Come se fosse un diario pubblico non tanto della loro vita ma del loro pensiero sulle cose e sugli eventi. Sono persone che in altri tempi si limitavano a scrivere libri, testi teatrali, sceneggiature, poesie, oppure componevano musica, scolpivano materia e dipingevano tele. E’ ovvio che questo fare e questo operare non si misurano con le convenzioni, non si curano del problema generale dell’informazione. Di queste persone si può solo dire che mettono in piazza se stessi come sempre è avvenuto. Quello che fanno va preso per universale anche quando sembra particolare. Se Leopardi avesse scritto ”A Silvia” mettendo in rete quei versi, ogni Silvia del Mondo e qualche Silvia delle Marche, in particolare, non si sarebbe semplicemente immedesimata (cosa umana) ma sarebbe andata a dormire con la convinzione che l’autore stava parlando con lei.  Sappiamo bene che non è così, e l’ironico Leopardi avrebbe riso di tutto questo. Nessuno può vietare ad alcune persone di elaborare pensieri e ragionamenti universali composti nella confluenza di cose strutturali e fatti contingenti. Vivere nel tempo vuol dire accettarne la natura e non selezionarne, comodamente, i vantaggi, vivendo indegnamente ciò che non piace.

Consiglierei a tutti quelli che con ovvia e leggera irresponsabilità, anche quando sono dotate immeritatamente di qualità, di andare a rileggere e rivedere la vicenda che portò l’Arendt a essere inviata da un quotidiano americano a Gerusalemme per il processo a carico del primo criminale nazista catturato dagli Israeliani. Mise in scena uno scandalo che è la pietra d’angolo di chi scrive pubblicamente. Nei suoi articoli lei non scrisse i preconcetti da ebrea militante e tragicamente sofferente, che tutti si aspettavano, per cui era stata strumentalmente inviata. In quel frangente lei comprese una verità diversa e non venendo meno alla sua onestà intellettuale la scrisse. Quell’uomo che rispondeva alle domande del Pubblico Ministero era inconsapevole di ciò che aveva fatto. Era stato l’interprete di un male assoluto che, nella sua tragicità, era banale come il suo esecutore. Bastò questo per essere attaccata come se avesse tradito la causa. Bastò una fedeltà all’onestà intellettuale e alla dignità, a Giuseppe Fava, per essere fucilato in automobile, in una sera di festa del 1984 a Catania. La sua colpa era di non aver usato le statistiche e i sondaggi nel parlare di mafia, ma di aver usato i nomi e i cognomi dei mafiosi. La Direttiva Europea sul Diritto d’Autore, quindi, buona o cattiva che sia, non può influire sulla qualità dei miliardi di autori diffusi, che pur avendo un destino anonimo e polverizzato, non solo pretendono altro (legittimamente) ma credono che tutti gli altri, indistintamente, siano come loro.  Non siamo tutti uguali, e dobbiamo farcene una ragione anche quando ci si avvede non tanto degli errori, ma della pochezza o della grandezza che si nascondono dietro l’apparenza. Oggi molti, o alcuni, piangeranno e avranno lacrime sentimentali per l’anniversario mensile di Genova, e ne scriveranno in quantità oppure ne esprimeranno in altri modi lo sgomento. Continueranno, poi, a non pensare a nulla che non sia se stesso, non curandosi delle cause delle prossime lacrime da coccodrillo.

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